sabato 16 marzo 2013

Anteprima: God of war II


CAPITOLO UNO CAPITOLO UNO
“AMORE MIO”. Un sussurro tenue e insistente. “Ti voglio!”.

Kratos, il Dio della Guerra, si mosse, gemette e stese
all’infuori le braccia. Il nome della sua amata, Lisandra, si
formò sulle sue labbra. Si mise seduto e guardò in giro nella
piccola stanza, illuminata dalla luce del fuoco. L’odore di
legno secco bruciato si diffondeva nella camera. Una coperta
soffice di lana di agnello era stata posata sul letto, due calici
di vino erano lì vicino. Tutto era perfetto per un momento
romantico con sua moglie.

“Lisandra”, disse a voce più alta. “Dove sei?”

“Qui, amore mio. Sei tornato a casa, sei tornato da me dopo
la battaglia. Mi sei mancato così tanto!”

“Mi sei mancata anche tu”, rispose Kratos, cercando
tuttavia di non emozionarsi. Attraversò la stanza e la prese tra
le braccia. La tenne stretta, sentì la sua vitalità, il calore del suo
corpo e si eccitò per il modo in cui si muoveva sinuosamente
contro i suoi muscoli.

“Promettimi che non mi lascerai mai più sola. Non posso
sopportare di perderti, nemmeno per un istante”.

Kratos inspirò profondamente. Il profumo di sua moglie
penetrò nelle sue narici e il suo cuore cominciò a battere


velocemente. I capelli vellutati della moglie fluttuavano come
una nuvola, sfiorando la guancia dell’uomo, lenendo le ferite
sul suo viso al minimo tocco. Ma Kratos provò a spingerla via
da sé. C’era qualcosa che non andava. Lei oppose resistenza,
aveva più forza di lui.

Il suo corpo, una volta vivo, si fece freddo.

“Lisandra, cosa c’è che non va?”

“Nulla, se c’è il nostro amore”.

Usando tutta la sua forza, Kratos riuscì a spingerla via da sé. Il
viso della donna era distorto da un’espressione di totale terrore.

“Non lasciarmi andare, Kratos. Non farmi del male!”

“Farti del male? Avrò ucciso centinaia di persone per
proteggerti. Darei la vita per te!”

L’uomo alzò la mano. Spinse in avanti una spada gocciolante
di sangue. La mano ruotò intorno all’elsa, scivolosa a causa
dei fluidi vitali dei suoi nemici, ma non era la sua volontà
che stava dirigendo il colpo. L’odore di rame del sangue,
l’improvviso bagliore della luce del fuoco riflessa sulla lama, il
perfetto equilibrio, la punta affilata e…

… e Kratos urlò sofferente, appena affondò il colpo,
sventrando sua moglie. Lisandra afferrò la spada nel punto
in cui era penetrata nel suo ventre, tagliandosi la punta delle
dita. Il sangue della donna si mescolò con quello dei guerrieri
che Kratos aveva ucciso. Guardò prima la lama che l’aveva
trafitta e poi il viso scioccato di suo marito, tendendo le mani
verso di lui: le dita erano ferite e rosse del suo stesso sangue.
L’angoscia si impadronì dell’uomo quando si rese conto di ciò
che aveva fatto.

Poi le grida di rabbia e di paura si attenuarono. L’unico
rumore che si poteva sentire era quello delle gocce del sangue
della donna che cadevano sul pavimento. Con uno strattone
Kratos liberò la spada dalla sua guaina di carne, facendo
fuoriuscire gli organi interni insieme a un violento spruzzo
di sangue che disegnò un arco. Una parte del liquido andò a
finire nel fuoco, dove sfrigolò e scoppiettò. Poi sopraggiunse il
totale silenzio, interrotto da una voce singolare.

La voce di una bambina.

“Papà, cosa hai fatto?”


“Calliope”, gridò Kratos alla sua giovane figlia.

“È morta. L’hai uccisa! Come hai potuto?” I suoi piccoli
pugni batterono sull’armatura dell’uomo. Indossava quella
da battaglia e Calliope lo attaccò, con tutta la furia di una
bambina impaurita e arrabbiata.

Kratos roteò la spada. I suoi muscoli si contrassero
quando provò a fermare il colpo. Non ci riuscì. Il pomo colpì
la bambina sulla tempia, facendola cadere a terra.

“Non volevo farlo!” Kratos fece un passo in avanti, i gambali
fecero un rumore metallico e la sua armatura cigolò. Il riflesso
sulle sue spade, le Lame del Caos, attaccate alle ossa dei suoi
avambracci tramite i crudeli anelli delle catene, riempirono la
sua visuale e poi lo accecarono.

La rabbia esplose quando sentì una voce che lo scherniva.

“Ares!” Gridò e cercò di uccidere il dio proprio con le lame
che gli erano state date per eseguire i suoi ordini.

Le spade, una in ciascuna mano, squarciarono un corpo, ma
chi morì fu Calliope e non Ares. La bambina perì in una pozza
di sangue e di singhiozzi che lo maledicevano, chiamando
a gran voce sua madre, ora morta sempre per mano dello
stesso Kratos. La rabbia e la sconfitta esplosero nel cervello
dell’uomo così che in preda alla confusione vide…

… una sagoma oscura.

“Ares? Mi hai costretto ad uccidere mia moglie e mia figlia!
Ti ucciderò!”

Ma non era Ares ciò che aveva di fronte, ma una cosa
indistinta, nera e nebulosa.

“Combatti contro di me! Affrontami, miserabile!” Kratos
ripose le Lame del Caos e afferrò le Spade di Atena, più
potenti di qualsiasi arma che un mortale potesse brandire. Ma
ora non era più un mortale. Aveva distrutto Ares e adesso era
il Dio della Guerra.

“Non sapevo di starle uccidendo. Le amavo. Lisandra,
torna da me, non volevo ucciderti”, disse Kratos, cercando
di placare il suo tormento notturno nell’unico modo che
conosceva, ma roteò le sue lame verso il vuoto. Si ritrovò
di nuovo su una pianura brulla , che si estendeva in tutte le


direzioni. Più provava a combattere, più le spade diventavano
pesanti, quando i suoi muscoli non gli risposero più, cadde
sulle ginocchia e abbassò la testa. Kratos pianse.

E in lontananza udì deboli sussurri di preoccupazione.

“Piange nel sonno”.

“Come è possibile? Lui è il Dio della Guerra!”

“Non ha versato una lacrima per quelli che ha ucciso in
battaglia. Forse lui…”

Kratos si svegliò con un sussulto. Gli ci vollero alcuni lunghi
secondi per rendersi conto che aveva afferrato una graziosa
donna per il collo. Le sue dita stavano provando a liberarsi,
senza riuscirci, a causa della potente presa dell’uomo. Non
consapevole di quello che stava facendo, Kratos aveva
cominciato ad ucciderla.

“Per favore, mio Signore Kratos, non la uccidere”, l’accorata
supplica arrivò dall’altro lato del grande letto. “Cerca solo di
servirti, non intendeva offenderti!”

Kratos lasciò la presa mortale. La donna che aveva quasi
ucciso, cadde di fronte alle nude gambe dell’uomo, mentre
respirava a fatica. Si mise seduto in posizione eretta e
fissò il corpo della donna in preda agli spasmi. Indossava
un sottile indumento di seta verde chiaro che rivelava le
sue curve sensuali. Dimenandosi, rotolò via dalle gambe
dell’uomo e si strinse il collo tra le mani. Gli infuocati segni
rossi risaltavano netti e marcati sulla pelle di alabastro,
dove Kratos aveva affondato le dita. Nonostante fosse
stata vicina alla morte, la donna non aveva mostrato paura
nell’incontrare Ade. Kratos lesse una cosa differente sul suo
viso, un’altra emozione che lo fece infuriare.

Che sia impaurita! Lui era il Dio della Guerra. I nemici
tremavano di fronte a lui!

Ma lei mostrò pietà per lui. Per lui! Il Fantasma di Sparta!

“Ancora gli incubi, mio signore? Continuano a torturarti?
Come posso alleviare il tuo dolore?” Tolse le coperte che gli
coprivano la vita.

Il suo caldo alito sfiorò il suo addome e più in basso. Poi
furono in due. Anche l’altra concubina, quella che lo aveva
pregato di lasciare la sua presa mortale, provò a dargli piacere.


“Via”, ruggì Kratos. “Andate via!”

“Cerchiamo solo di confortarti, mio signore Kratos.
Vogliamo fare tutto quello che possiamo per placare le
vostre preoccupazioni e le vogliamo sostituire con il piacere.
Lasciateci eseguire gli ordini di Afrodite e…”

Kratos spinse con le sue braccia muscolose e fece
capitombolare via entrambe le donne. Borbottarono tra loro.
Si alzò in piedi, le sottili vestigia del suo sogno scomparirono
velocemente fino a che non ebbe difficoltà nel ricordare cosa
era successo esattamente. Una pianura nera. Una caverna
che diventava una montagna e poi qualcos’altro. La sua
testa minacciava di scoppiare nel tentativo di ricordare
quell’incontro.

Ma non ebbe problemi a ricordare la sensazione della sua
spada che penetrava nel corpo di Lisandra, o il terrore e l’odio
sul viso della sua dolce Calliope mentre uccideva anche lei.
Gli incubi erano permanenti come il cielo, la terra e il trono
dell’Olimpo, dove sedeva Zeus.

“Avevi promesso di cancellare i miei incubi se avessi portato
a termine i tuoi ordini”, disse Kratos, agitando il pugno verso
il cielo aperto, sopra la sua camera da letto. “Mi hai mentito,
Zeus. Mi hai mentito!”

“Signore, per favore. Cerchiamo solo di eseguire i tuoi ordini.
Dicci cosa fare!” Le due donne si lanciarono ai suoi piedi. Le
scalciò via e andò al tavolo dove era sistemata la sua armatura
insieme ai suoi vestiti semplici: vestiti adatti per un guerriero
e veloci da indossare. Quando le donne si avvicinarono per
aiutarlo nella sua toletta, le ricacciò con uno sguardo truce e
oscuro. Si strinsero l’una all’altra e lo guardarono.

Sentì la pietà che emanavano, come il calore che emanava il
sole stesso. Le odiava per quello. Odiava se stesso ancora di più
per aver creduto a Zeus. Con un rude gesto, alla fine, indossò
l’armatura e sistemò le due spade a X, dietro la sua schiena.

Kratos uscì come una furia dalla sua camera da letto.

Le spalle possenti si muovevano sotto la sua armatura forgiata
nell’oro, segnata da terribili battaglie combattute e vinte.
Usò entrambe le mani per aprire le porte alte quindici metri,


che conducevano fuori dalle sue stanze. Le enormi porte di
pietra emanarono un’eco che risuonò per tutto l’Olimpo.
Camminando a lunghi passi, non prestava attenzione
ai raffinati vasi, agli arazzi sulle pareti di marmo e alla
moltitudine di doni provenienti dai devoti mortali e riscossi
dagli dei dell’Olimpo; Kratos, invece, pianificava e progettava.
Quei tranquilli saloni con le nuvole che ondeggiavano sotto le
terrazze che si aprivano ai lati, non erano niente per lui.

Lui era un guerriero.

Fece scorrere le sue dita sulla pelle color bianco avorio. Le
ceneri di sua moglie Lisandra e di sua figlia Calliope avevano
ricoperto il suo corpo, rendendo per sempre la sua pelle un
simbolo indimenticabile di come Ares lo avesse tradito,
ingannato e condotto ad uccidere coloro che amava al di sopra
di ogni cosa. Anche il tatuaggio rosso brillante, in memoria di
suo fratello Deimos, che lo proclamava un soldato di Sparta,
sembrava una presa in giro.

Le mani di Kratos si mossero velocemente verso le else delle
spade che aveva sulla schiena, quando Ermes corse giù per il
corridoio, volteggiando come una goffa farfalla. Il Messaggero
degli Dei impallidì visibilmente e schizzò via. Successe la stessa
cosa quando un altro dio vide Kratos. Avanzando a lunghi
falcate , passò laddove gli altri dei si erano radunati in piccoli
gruppi di due o tre. Gli voltarono le spalle.

Vide la sorella di Zeus, Hestia, arricciare il naso con
disprezzo e dire a Demetrio, con una voce abbastanza alta che
Kratos riuscì a sentirla: “Il tuo raccolto è stato rovinato dalla
sua guerra infinita?”

“I miei fedeli muoiono di fame a causa sua e a causa di
quei terribili e incivili Spartani”, disse Demetrio. Hestia
guardò Kratos con la coda dell’occhio, poi velocemente si
voltò. Demetrio la afferrò per il braccio per portarla via, nella
direzione presa poco prima da Ermes.

Le mani di Kratos scivolarono via dalle else e un sogghigno
arricciò le sue labbra, distorcendo il suo viso in un’espressione
di puro disprezzo. A cosa gli serviva la loro approvazione, dal
momento che era il più forte di tutti?

Voltandosi bruscamente, con i sandali che colpivano il


pavimento di travertino facendo un rumore secco, si diresse
verso un enorme atrio a volta, dominato da un’apertura
circolare. Entro i limiti del cerchio si infittiva una nebbia sottile
che diventò del colore del sangue. Suoni lontani di battaglie
rincuorarono Kratos. L’impatto di una spada contro l’altra,
gli scudi che deviavano i colpi e le lame che si conficcavano
nella parte media scoperta del tronco, le grida di battaglia dei
vincitori e i lamenti degli sconfitti. Gli uomini si battevano
in suo nome. Gli eserciti si diffondevano rapidamente sul
territorio greco e distruggevano tutto quello che incontravano.

Il Dio della Guerra favoriva Sparta e incitava i guerrieri
a distruggere tutti gli eserciti, tutte le città, uccidendo ogni
uomo, donna e bambino, non appartenente alla sua città
natale, che si rifiutavano di farsi sottomettere. Era stato
chiamato il Fantasma di Sparta. Ora era il Dio della Guerra
che possedeva un esercito armato di spade che si stava
diffondendo per tutto il mondo.

Le urla di uomini che morivano si fecero sempre più alte:
musica per le orecchie di Kratos. Perché queste non erano le urla
degli Spartani che morivano, ma degli altri, ovvero dei deboli.

La nebbia si levava a ondate, sempre più in alto e si aprì,
dandogli una chiara visuale del campo di battaglia in basso.
Un porto. Una città che bruciava. I soldati che spingevano le
spade attraverso le armature di cuoio, nei ventri e nei cuori.
Soldati di Sparta: invincibili grazie alla loro dedizione, al loro
allenamento, e che erano i suoi favoriti. “… Kratos, come hai
potuto uccidermi? ...”

Il sussurro, proveniente dalle profondità dei suoi incubi, fu
sovrastato quando Kratos emise un grido di approvazione, nel
momento in cui un’unità spartana avanzò, con le spade che
sferragliavano contro gli scudi di bronzo. I piedi colpivano il
suolo con un ritmo di marcia che provocava tremiti di paura
nelle file nemiche.

“Non permettete la fuga. Non concedete pietà!”. Le parole
di Kratos riempirono l’aria e fecero eco per tutto l’Olimpo
e nel mondo sottostante. Gli Spartani placavano le loro
spadeconficcandole negli scudi e nei colli, nei gambali e nelle
braccia dei nemici, fino a che il frastuono della battaglia non


soffocò ogni voce nella mente di Kratos. Continuò a dirigere
il massacro, essendo fiero del valore militare del suo esercito.

Molto al di sotto, un giovane Spartano uscì a grandi passi
dalla battaglia e sguainò la spada alta verso il cielo, verso
l’Olimpo, dove Kratos guardava.

“Mio Signore Kratos!”. Le parole furono comprese,
nonostante il frastuono della battaglia, ed arrivarono alle sue
orecchie. “Un’altra città è pronta a cadere! Presto tutti quanti
conosceranno la gloria di Sparta!”

Le mani di Kratos si serrarono in pugni strettie i fasci di
muscoli furono in rilievo sui suoi avambracci e sul suo collo,
quando si contrasse. Vittoria! Non aveva davvero bisogno
che Ermes gli portasse tali gloriose novità, dal momento che
poteva vedere i suoi eserciti dall’elevato rifugio. Ma Kratos
non era il tipo che rimanesse a guardare. La vista di guerrieri
abili che combattevano contro i difensori sempre più deboli
della città porto di Rodi, votata ad Apollo, gli diceva che si
sarebbe dovuto affrettare se voleva prendere parte al massacro
e alla gloria della vittoria.

Un passo leggero sul pavimento di pietra dietro di lui lo
fece ricomporre. Una veloce inalata di ossigeno riempì le sue
narici dell’odore di nardo aromatico. Voltandosi lentamente,
si trovò davanti ad Atena. La dea alzò lo sguardo verso di
lui con una curiosa combinazione di rabbia e supplica. Le
sue labbra tatuate di color seppia si schiusero, ma non parlò
subito. I disegni intricati e turbinanti sul suo viso sembrarono
prendere vita, come se quei tatuaggi volessero possederla. Ma
Kratos lo sapeva bene: tra gli dei, Atena, era quella che aveva
più controllo di se stessa. I suoi piani erano geniali e abili,
ed era stata lei a condurlo sull’Olimpo facendolo diventare
un dio. La sua armatura, elaboratamente cesellata, cigolò
leggermente quando allungò una mano e la posò sulla spalla
di Kratos. Con uno strattone se ne liberò. La rabbia dell’uomo
crebbe di nuovo.

“Basta così, Kratos. L’ira dell’Olimpo cresce. Neanche
io potrò più proteggerti”. Le raffinate bande dorate della
decorazione che aveva in testa catturarono la luce del sole e
la fecero sembrare molto più che divina. Indossava l’armatura


da guerra, non per una questione di sfoggio, come facevano gli
altri dei, ma perché lei era una combattente. Questo Kratos lo
apprezzava, insieme al fatto che aveva indossato la panoplia
di bronzo e cuoio per dimostrare quanto fosse differente da
molti altri dei che si rifiutavano di parlare con lui e, ancora di
più, di affrontarlo. Ma non era una sua alleata. Si schierava
sempre dalla parte di Zeus e farneticava su cosa era meglio per
l’Olimpo, come se anche lui se ne fosse dovuto preoccupare.

Kratos ringhiò dal profondo della gola e spinse ferocemente
la dea, passando oltre.

“Non ho bisogno di protezione”.

“Dimentichi che sono stata io a fare di te un dio, Kratos.
Non voltarmi le spalle!”

“Io non ti devo nulla”.

“Dunque non mi lasci altra scelta”.

La ignorò, camminò a grandi e sicuri passi, e si diresse verso
un precipizio di fronte a lui. Il pavimento di marmo terminava
lì e dava una vertiginosa visuale della terra, al di sotto di
esso. Kratos si fermò un momento, i suoni della battaglia lo
raggiungevano anche se si trovava ad una grande altezza.
Inspirò profondamente e odorò il forte odore di sangue
versato. La battaglia sarebbe finita velocemente. Voleva essere
lì per sostenere i soldati Spartani e per assaporare la vittoria
su un dio protettore di un’altra città, chiunque egli fosse.
Kratos non lo sapeva e non gli interessava. Fece un passo in
avanti, si mise rigorosamente sull’attenti e puntò con la testa
verso la terra distante. Il vento lo afferrò come se fosse una
freccia scagliata verso il basso.

“Kratos, no!”, giunse il debole avvertimento di Atena.

“Kratos”, disse Atena, allungando una mano come se volesse
fermarlo. Ma Kratos si era già tuffato dritto verso la guerra,
lontano da lei e lontano dall’Olimpo.

“Lascia andare quello sciocco”, arrivò una voce simile a
una cascata di pietre. “Lo accoglierò nell’Oltretomba il prima
possibile”.

“È un dio, mio caro zio”, disse Atena ad Ade, non voltandosi
a guardarlo, sentendo la sua oscura presenza.


Il sibilo del passaggio di Kratos attraverso l’aria ora era
scomparso, sostituito in modo incongruo dal cinguettare di
ghiandaie azzurre che volteggiavano nei cieli dell’Olimpo.
Se Atena non avesse conosciuto bene la situazione, avrebbe
potuto pensare che tutto era in pace e che quell’armonia
regnava suprema su quella cima elevata. Dei venti leggeri
gli accarezzarono le gote decorate, portandole dei profumi
delicati e il vociare degli dei che si divertivano nei loro palazzi.
Nessun tipo di preoccupazione l’avrebbe raggiunta, se non
avesse avuto davanti Ade e la sua ombrosità .

“Lo accetterò volentieri. Specialmente lui. Mi è sfuggito in
passato, ma nessuno fugge dal mio regno una seconda volta.
Non so come sia riuscito a liberarsi nell’Oltretomba, ma sarà
stato aiutato. Un becchino. Tutto ciò non ha senso, ma se lo
trovo, supplicherà di sostituire Sisifo! Potrei mai dimenticare
che Kratos ha ucciso la mia amata Persefone?

Prima che Atena potesse rispondere, Poseidone volteggiò
in alto, scagliando il manico del suo tridente sul pavimento
di marmo.

“Se ne è andato? Che liberazione! Non voglio avere più
niente a che fare con quel bugiardo e ladro”.

“Kratos è molte cose”, disse Atena,“ma non è un bugiardo.
Cosa ha rubato?”. Riprese fiato quando Poseidone urlò la
sua risposta. L’odore di mare e di pesci morti arrivò insieme
alle sue parole.

“Mi ha ingannato facendosi concedere la mia Furia! L’ho
premiato perché ti ha mentito, Atena, ti ha mentito e mi
hai convinto ad aiutarlo contro ogni logica. Trasformare un
mortale in un dio può essere dannoso per l’Olimpo!”.

Atena rimase in silenzio. Aveva già visto l’altro suo zio in
una tale rabbia da commiserare se stesso e sapeva bene che era
meglio non discutere. Kratos aveva avuto bisogno della Furia
di Poseidone per recuperare il Vaso di Pandora, ed era stato
determinante, anche se per poco, nel far rivoltare Poseidone
contro Ares durante la sua ricerca.

Pensare al Vaso di Pandora fece accigliare Atena. Prima che
potesse trovare il modo di uscire dal suo vortice mentale, creatosi
per quel ricordo, Poseidone e Ade avevano cominciato a discutere.


“Zii, non litigate in questo modo”, disse. Atena si mise
tra loro prima che potessero venire alle mani. A volte le due
divinità, irritabili e sempre scontrose, disturbavano l’apparente
tranquillità dell’Olimpo. Oppure era solo una finta pace, dal
momento che Kratos se ne era andato? Atena si morse il labbro
inferiore, preoccupandosi che si stesse facendo sfuggire un
piccolo dettaglio, un dettaglio possibilmente tanto importante
quanto l’intenzione di Kratos di distruggere qualsiasi città-
stato che non si chiamasse Sparta.

“Come dovremmo litigare allora?”, domandò Ade, che
si fece avanti e spinse il suo viso barbuto verso quello di
Poseidone. Per un attimo, la barba piena di alghe del Dio dei
Mari si confuse con quella nera come il carbone di Ade, in
modo da sprigionare delle piccole scintille arancioni e gialle.
Ade allungò le braccia per spingere via Poseidone, ma Atena
prese il suo forte polso e glielo impedì. Si liberò dalla mano
della dea e le lanciò uno sguardo torvo.

“Non pensare di calmarmi, Atena”, disse Ade.

“E non pensare di calmare nemmeno me”, intervenne
Poseidone. “Kratos è una spina nel fianco dell’Olimpo e deve
essere rimossa!”. Il suo tridente infilzò l’aria con uno stridente
sibilo, le lame affilate passarono ad appena pochi centimetri
dal viso di Atena. Spesso Poseidone si alterava, ma di solito
non lo faceva in questo modo minaccioso. Si tirò indietro e
osservò per un istante, si spaventò per quello che aveva fatto,
ma non chiese scusa. E Atena non si aspettava scuse dal
Signore dei Mari.

“Ha oltrepassato il limite”, borbottò Ade . Si torse le mani
come se stesse tenendo il collo di Kratos tra di esse. “Come
si permette di uccidere coloro che ci adorano, anche se sono
solo dei mortali? Pensa a quello che Kratos ha fatto alla tua
preziosa Atlantide”.

Poseidone stava per rimbeccare, poi capì ciò che era stato
detto. La Furia rabbuiò il suo volto. “Fratello mio, qualsiasi
cosa tu decida, conta pure su di me”. Poseidone picchiò il
manico del tridente sul pavimento e delle spaccature si
diffusero dal punto dell’impatto.

I due se ne andarono battibeccando. Non ci sarebbe mai stata


la pace nell’Olimpo, anche Zeus non poteva frenare l’irritabilità
degli dei con le loro insignificanti preoccupazioni e i loro
complotti meschini. Ma gli zii di Atena non stavano fingendo.

Camminò sul bordo da dove Kratos si era lanciato. In basso
la battaglia infuriava: forse la lotta finale in quella che sarebbe
potuta essere la missione più potente di Kratos. I suoi guerrieri
Spartani avevano conquistato tutte le città, tranne Rodi.

Lo sguardo di Atena si indurì quando vide ciò che stava
accadendo al di sotto di lei. Era come se delle formiche
combattessero futilmente contro l’imponente Kratos e
venissero schiacciate. Si affrettò a parlare con Zeus, ma
temeva che la pazienza del Signore del Cielo fosse finita.
Kratos doveva essere fermato prima che spazzasse via tutti gli
adoratori degli dei. Tutti eccetto i suoi preziosi Spartani.


sabato 2 marzo 2013

Il suicidio perfetto: anteprima



Il suicidio perfetto



Newton Compton editori


ringraziamenti


Un ringraziamento speciale a Giusi Sorvillo e Claudio Giustini.


1


Lupo bianco scalò il pendio con la sua Vespa.
Scarburò gas inquinanti, smarmittò fumi alcolici,
cambiò sul manubrio grasso di grasso la quarta in
terza, la terza in seconda. Si sparò in faccia il vento
freddo. Di schiaffi ne aveva presi fin da piccolo, ma
quelli erano i più belli. Manate di ghiaccio a ritmo
di rock.

Lupo bianco, nato in un cesto di tramontana,
con la brina nel sangue, ne aveva mangiata di neve.
Sverginata anche, rispettata sempre, quando da
bambino infilava gli scarponi nelle orme già fatte,
per non sciuparla. Adesso gli mancava. Da almeno
cento anni non si era visto a Valdiluce un febbraio
così strambo. Di notte meno tre, di giorno più venti.
Sulla strada era adagiata una sfoglia di galaverna
che dava l’illusione della neve.

Lanciò al massimo la Vespa. Attraversò il ponte.
La nebbia era ingabbiata come una balla di cotone.
Su quei tornanti aveva trascorso la vita, a piedi
spesso, con dei fogli di giornale infilati sotto la camicia
per proteggersi dal vento. Occhi azzurri, ca



pelli neri sciolti, fazzoletto rosso al collo, maglione
grezzo, pantaloni di velluto. Lupo bianco guidava
a mani nude. Forti, sicure, educate. Chiunque ci si
sarebbe affidato: un bambino, una donna, un vecchio.
Quelle stesse mani potevano anche diventare
arma pericolosa, abituate com’erano a lavorar d’ascia,
scalare le pareti, sciare, smuovere le montagne.
Atletico, con quell’aria ecologica, aveva avuto molte
donne, tutte volanti, relazioni provvisorie.

Ma da pochi giorni aveva conosciuto lei, Elisabetta,
e c’era stato un principio d’amore. Intimità
insolita per Lupo bianco, abituato com’era fin da
bambino a trattenere i sentimenti. Elisa, la madre
d’indole mesta, aveva trascorso una vita in pantofole,
attaccata alla stufa e alla chiesa. Alfonso, il
padre, sempre a spaccare il bosco. Uomo solitario,
il toscano tra i baffi. In quella esistenza prussiana,
dalle regole ferree, non c’era mai stato un rilassamento,
un colpo di calore.

Elisabetta lo aveva sciolto come cioccolato caldo.
Con lei poteva immergersi, spargersi, offrirsi. Mentre
andava in Vespa, ripassò i frammenti di qualche
ora prima. Elisabetta nuda, bianca come l’assoluto.
Le sue cosce, il bacino, le labbra in voli appiccicati.
I capelli spalmati sulle mani o sulle gote o sul cuscino.
A spiare gli occhi socchiusi. Un ricordo che
ciondolava come un ninnolo sul manubrio della
Vespa. Elisabetta sarebbe partita tra poco con l’au



tobus, per tornare al suo paese, Vissone sul mare.
Finita la settimana bianca. Un soffio di tristezza, ma
non sarebbe stato un bacio d’addio, si erano impegnati
di vedersi ancora.

Lupo bianco si chinò spericolato; terza, seconda,
prima, il motore ruggiva, spaccava il silenzio di
quelle curve solitarie, lastricate da antiche circonferenze.
Il sole si era tolto il passamontagna. Spicchi
di luce entravano nel bosco come da una tapparella
socchiusa. Dik, il setter irlandese di Osvaldo, sbucò
dalle frasche. Per un lungo tratto costeggiò la strada,
con il suo manto fulvo, nel vento, a fare a gara
con lo scooter. Spavaldo, s’infilò nel bosco e scomparve.
Lupo bianco rasentò la chiesetta. Sulla porta
illuminata dalle candele, don Sergio si stagliava
come un santino. Grosso prete, barba lunghissima
fino a toccar terra. Accoglieva gli albergatori devoti
alla prima messa, per raccomandarsi al Signore.

«Fai cadere la neve, ti prego, o Dio».

Sulla strada verso la piazza, un gruppo di sciatori
smaniava nel fango con scarponi gialli, rossi,
bianchi. Cinghiali infuriati, in attesa del bollettino
meteo. Sole, sole, sole. Avrebbe sciolto la neve sparata
nella notte con i cannoni. Le uniche felici erano
quattro giovani donne, tutte ammogliate, Elisabetta,
il “principio d’amore” di Lupo bianco, e le amiche
Flaminia, Angela e Stefania. Avevano vinto un
soggiorno premio al residence Il bucaneve di Valdi



luce. Una settimana spesa ad abbronzarsi in bikini
sui terrazzi dei rifugi, tra corteggiamenti e sciroppi
di lampone. Meglio che una vacanza a Miami.

Terza, seconda, prima, colpetto di freno, gas.
Lupo bianco sfiorò l’ambulatorio. Il medico condotto
Ugo Lanzetti aveva steso ad asciugare i suoi
ultimi dipinti, una sequenza di panorami innevati
che dondolavano come diapositive. Sulla piazza,
il pullman sembrava un bruco azzurro. Mentina,
l’autista, stava succhiando una caramella, forse per
mascherare il Ginpin, il liquore tipico del posto.
Il motore acceso. Dal tubo di scappamento esalava
una nuvola grigia. Mancavano pochi minuti alla
partenza. Dentro l’autobus, incorniciati dai finestrini
come quadri, i volti di Marietta, la maestra
che insegnava a Rocalta, frazione a sei chilometri,
Francesca, bidella dell’istituto tecnico di Valstura,
Giuseppe, pendolare in fabbrica, la terribile Morena,
capelli irrequieti e sguardo di falce, infermiera
all’ospedale di Vicosauro. Sornioni come gatti in
gabbia, soppesavano i fatti, per ingegnare qualche
pettegolezzo.

«Che ci faceva Lupo bianco a quell’ora, con la Vespa,
alla partenza del bus?».

Lui panoramicò lentamente sulla piazza, analizzò
con lo sguardo ogni millimetro di spazio, sui muri,
sulle insegne dei locali, sull’abete spruzzato di neve
artificiale come una beffa. Inquadrò ogni angolo,


sviluppò, ingrandì i pixel, dilatò le narici, inspirò:
nessun segnale del corpo di Elisabetta. In quei giorni
aveva percepito un’unica fragranza, un po’ contadina,
agreste, la sua nudità odorava di frumento.
Ma dov’era Elisabetta? E le sue amiche? Mancavano
tutte all’appello.

«Mentina, non sono arrivate quattro ragazze che
stamani dovevano prendere la corriera?»

«Vedi quello che vedi, abbiamo sempre la stessa
merce».

«Saranno in ritardo…».

«Ormai è l’ora. Parto».

«Aspetta un minuto».

«Un minuto e vado. Peggio per loro».

In quell’attimo, mentre tutto sembrava sciogliersi
al sole, nel profumo di resina che affiorava dagli
abeti, squillò il telefonino di Lupo bianco. Fu come
se una collana di perle si spezzasse e ogni piccola
sfera precipitasse in giro. Una voce concitata gli
urlò la tragedia, lo implorò di far presto, di correre
al Bucaneve. Lupo bianco tornò a essere quello che
era: l’ispettore Marzio Santoni, responsabile del posto
di Pubblica sicurezza di Valdiluce.


2


Lo scooter strepitava imballato. Troppo lento
per la fretta che aveva in corpo. L’ispettore Marzio
Santoni detto Lupo Bianco si vedeva congelato nel
panorama, quasi immobile. Per raggiungere il residence
avrebbe fatto prima a piedi, per le scorciatoie.
Appoggiò la Vespa a un muretto e corse feroce. Le
suole delle scarpe alzavano terra e foglie. I capelli
neri cavalcavano il cielo che si stava facendo più azzurro.
Un animale. Calcolava il percorso più veloce,
le distanze, la pendenza, il terreno scivoloso, le fratte,
l’abetina bassa: ostacoli che evitava. Le immagini
gli luccicavano disegnate, quasi che un navigatore gli
segnasse la via. Frecce, angoli, curve, diritture. Rimbalzavano
in testa le parole concitate di Agostino
Uberti, il custode del residence.

«Corri, corri, è una tragedia!».

Elisabetta occupava un appartamento con le tre amiche.
Considerando che gli ospiti, con quella penuria di
neve, erano pochissimi, era tutto prevedibile. Inutile
illudersi. La troppa felicità di quei giorni, il principio
d’amore, dovevano per forza essere castigati?


Sotto il sole dilagavano le esalazioni di resina, avvolte
da una leggera nebbia. Un odore che avrebbe
potuto uccidere, dicevano i vecchi. Si erano trovate
delle volpi morte, senza un apparente motivo.

Marzio Santoni riusciva a percepire i profumi in
qualsiasi condizione, a separarli, distinguerli. Marcio
dalle foglie, terra muschiata. Una dote. Sbucò
dalla foresta di faggi. Il residence sembrava un castello
maledetto, le pietre grigie, il tetto verde rame,
la torretta. Nella pupilla azzurra di Lupo bianco
s’installò il frammento di un moscerino che ronzava
nel cielo. Lontanissimo. Un punto e virgola. Il falco
Trogolo, “il vascello fantasma”, la maledizione di
Valdiluce. Ciottolava con la catena appesa alla zampa.
Una storia arcaica.

Leopoldo, il macellaio, aveva esposto come attrazione
davanti al suo negozio un falco. Fu un grande
successo. La gente di città veniva a vedere il rapace,
si divertiva a incitarlo. Trogolo trascorreva il giorno
a lacerarsi la zampa per cercare di fuggire; la notte,
nel silenzio, recuperava le forze, poi dall’alba riprendeva
il supplizio. E con le ali aperte, nel breve
spazio che la catena gli consentiva, sollevava polvere
e sangue. Finché un giorno, il filo si spezzò. Da
non crederci. Il falco volò nel cielo con quell’avanzo
di prigione attaccato alla zampa. A ogni colpo
d’ala risuonava come un carretto sgangherato. Il
falco Trogolo. Un presagio infausto.


Marzio aumentò il passo, in salita, inclinato contro
la forza di gravità; sembrava fosse lui a imprimere
il movimento di rotazione al pianeta terra. Dalla
bocca sparava fiato appannato. Con il naso braccava
gli odori. Uno, in particolare, più procedeva e
più aumentava. Sopravanzava qualsiasi altro. Infido
e sottile. Gas metano. Da stare male. Accese lo spavento.
Agostino, occhi spiritati, tossiva le parole.

«Ispettore, c’è stata una fuga di gas, è successo
qualcosa di tremendo!».

«Dove?»

«Appartamento 12».

«Chi c’è dentro?»

«Le quattro ragazze».

Marzio avvolse intorno alla bocca il fazzoletto rosso
che teneva sempre al collo. Agostino lo seguiva
completamente imbambolato, piangeva, singhiozzava,
batteva i pugni contro il muro.

«Sbrigati, stacca la luce».

«Già fatto».

L’appartamento 12 era chiuso. Agostino tentò di
aprire la porta usando il suo passepartout, ma gli
tremavano le mani, non riusciva a infilarlo nella
serratura. Con una spallata Marzio scaraventò giù
l’uscio. Buio. Navigò nel gas mischiato a un caldo
soffocante. Avrebbe voluto sussurrare il nome
di Elisabetta, sentire la sua voce, scoprirla ancora
viva, ma non lo fece. Con un filo di speranza aprì la


finestra, la luce si spappolò dentro la stanza e illuminò
una scena spietata: su ciascun letto giacevano
Stefania, Flaminia, Angela, composte, bambole addormentate.
Elisabetta sbarrata su un fotogramma
che non le rendeva giustizia. Una smorfia, occhi
sgomenti, capelli imbrogliati da un disordine che lei
non avrebbe tollerato. Marzio la fissò con strazio.
Non restava nulla della sua bellezza. Volata via. Un
fardello immoto.

L’ispettore Santoni provò a guardarla con distacco
professionale, come se dovesse cancellare d’un
tratto l’emozione. Impossibile. Ferito a morte, in
trappola. Braccato dai cani. Una freccia avvelenata
percorse le vene, trafisse i muscoli impietriti e
infine raggiunse l’inguine. Rabbia da farneticare.
Marzio strinse nel pugno il film di quei giorni. Il
volto dolce, sorridente di Elisabetta. I loro incontri.
L’ultimo bacio melodioso. Sulle labbra raccoglieva
l’incanto del suo corpo. Marzio stritolò il racconto
tra le dita. Un delirio. Forse era colpa del gas che
continuava a fuoriuscire. Stava perdendo i sensi. In
ginocchio raggiunse la cucina. Controllò i pomelli,
tutti aperti. Non li chiuse per paura di cancellare
qualche impronta, la scena del crimine andava conservata
intatta. Cercò il rubinetto centrale del gas.
Era aperto. Da lì partiva il sibilo velenoso, la bocca
del drago, il fiato della morte. Slacciò il fazzoletto
rosso dalla bocca, lo arrotolò su una mano, per non


lasciare tracce. Serrò con forza la manopola di ferro,
quasi che con quel gesto si potessero far tornare
in vita le quattro donne. Gli sfuggì una goccia di
sudore, poteva essere una lacrima, volò nella luce,
l’afferrò, l’asciugò sui pantaloni di velluto.

«Ispettore. Si sente male?».

Agostino lo fissava con gli occhi morbosi, come se
cercasse di mettere a nudo il turbamento di Marzio.
Lui tornò a essere l’ispettore. Brusco, lo allontanò
dall’appartamento: «Esci immediatamente. Aspetta
fuori».


3


Adesso che il gas defluiva dall’appartamento,
Marzio capì di trovarsi di fronte a una sciagura. Si
tolse dalla mano il fazzoletto rosso. Lo legò sulla
fronte. Un apache dolente. Provò a osservare la realtà
come se non gli appartenesse. Era indispensabile
dissotterrare gli strumenti dell’indagine investigativa,
arrugginiti dagli anni trascorsi a Valdiluce.

Marzio aveva avuto un passato importante, come
detective. Da ragazzo era entrato nel gruppo sportivo
della polizia. Con successo. Vinti molti trofei, soprattutto
in discesa libera e slalom, a ventitré anni
aveva deciso di rimanere in Pubblica sicurezza. Alla
scuola superiore si era applicato con profitto, un
lungo tirocinio presso le squadre mobili di numerose
città dove aveva seguito casi sempre più complessi.


Il poliziotto Marzio Santoni praticava uno stile
d’indagine inconsueto: usava al minimo gli strumenti
di laboratorio, poco o niente dna e obitorio,
molti passi fatti nella mente, camminate naturali, di
scarpone, soppesate nel dettaglio. Lunghezza giu



sta, mai approssimativa, eseguita con perfezione
matematica, un procedere che esprimeva la stessa
potenza sia in pianura che in salita. Inesorabile sino
alla vetta.

Bio-detective, non devastava i campi, avanzava
sottile, educato, arrivando sempre alla soluzione
del caso. Percepiva gli odori con la sensibilità di
un animale selvatico. Diffidente e misterioso, aveva
più tane di una volpe. Nessuno sapeva della sua
vita privata. Anche i colleghi lo chiamavano Lupo
bianco, il soprannome che si era portato dietro fin
da bambino.

Ma un giorno, all’improvviso, l’orologio su cui regolava
l’esistenza perse la bussola. Marzio capì che
dentro la città era chiuso in un palmo di cielo, le
nubi rintanate dietro i tetti apparivano a tradimento,
il sole non sorgeva o calava in un luogo preciso.
Fu allora che scattò il richiamo brado. Doveva
tornare sulle sue vette, cogliere lo spazio infinito,
riprendersi l’indole del lupo. Rinunciando anche
a una brillante carriera. Grazie all’appoggio del
supercapo della polizia Soprani, riuscì a farsi nominare
ispettore responsabile del piccolo posto di
Pubblica sicurezza di Valdiluce. Con Soprani aveva
instaurato un rapporto di confidenza. Erano spesso
andati a sciare insieme. Il supercapo aveva agevolato
quel trasferimento per tenere sempre a portata di
mano Marzio, il miglior maestro di sci della polizia.


A trentatré anni ne aveva viste di porcherie, conosciuto
il marcio, la violenza, il conflitto a fuoco, ma
mai e poi mai avrebbe immaginato di potersi trovare
di fronte a un caso così sconvolgente.

Quattro donne decedute. Insieme. A Valdiluce.
Nell’appartamento 12 del Bucaneve era caduto un
silenzio assoluto, come se la morte avesse assorbito
tutti i rumori. Avvolto nell’ovatta, intossicato dal
gas e dall’emozione, Marzio riprese ad analizzare
l’ambiente. Sembrava che Elisabetta durante la notte
avesse smaniato per il caldo. Le coperte erano
sottosopra, dalle lenzuola sbucava un seno nudo.
Indossava i calzettoni che le aveva regalato Lupo
bianco. Il suo maglione rosa giaceva abbandonato
sul pavimento. Un’altra insufficienza.

La morte non aveva rispettato la sua maniacale
perfezione nei dettagli. Una piega fuori posto metteva
a soqquadro la mente di Elisabetta. Casalinga
irriducibile. Marzio aveva cercato di trattenerla, ma
lei si era impadronita della sua casa. Aveva riordinato
tutti i cassetti, lavato e stirato le camicie. E adesso
se la ritrovava priva di vita, inerme, inutile, in
quel letto piccolo di bambina. Le mani senza forza,
spampanate, come fiori bianchi. Marzio si avvicinò,
la toccò sul collo. Un gelo diverso, più di una malattia.
Un’immaginazione interrotta. Per sempre.

Le altre tre donne, Flaminia, Angela, Stefania,
anch’esse morte. A prima vista un suicidio, se fosse


capitato per qualche motivo accidentale non avrebbe
trovato tutte e tre le ragazze allungate nel letto,
adagiate come ad attendere una volontà. Solo Elisabetta
appariva meno accondiscendente, forse aveva
tentato una reazione. Per non morire. Un omicidio
con il metano della cucina non era plausibile, l’odore
troppo forte avrebbe spinto chiunque ad accorgersene,
sicuramente qualcuna avrebbe chiuso il
rubinetto o lanciato l’allarme.

I passi delicati sul pavimento del residence annunciarono
l’arrivo di Kristal, il collaboratore più
stretto di Marzio. Vestito di tutto punto, con i suoi
mocassini neri ricordava più un incaricato delle
pompe funebri che un poliziotto.

«Ispettore, che dobbiamo fare?».

Era pallidissimo. Tremava impaurito. Sembrava
fosse la prima volta che vedeva un morto.

«Si contenga, Kristal. Si organizzi, invece, per ricevere
i colleghi e per evitare che qualcuno entri».

Da lì a poco sarebbe scoccato un caos insostenibile,
le televisioni, i curiosi, altri investigatori, la
scientifica, il supercapo Soprani.

Il dottor Lanzetti, il medico condotto di Valdiluce,
entrò titubante, odorava di vernice e acquaragia,
per il suo hobby di pittore. Chi poteva non emozionarsi
di fronte a quattro donne morte?

«Non è possibile, così giovani e belle…».

Si fece il segno della croce per lo sgomento, non


riusciva a usare lo stetoscopio, si spostava da un
corpo all’altro con irruenza.

Sudava. Le mani pelose correvano a cercare qualche
indizio, un respiro, un occhio ancora velato di
vita. Fissò Marzio con uno sguardo ingrigito.

«Ispettore, sono tutte morte. L’evidenza fa pensare
che sia stato il gas metano. L’estremità cianotiche.
Asfissia per mancata ossigenazione dei tessuti. Non ci
sono tracce di violenza, se non sulla ragazza bionda».

«Si chiamava Elisabetta».

«Ha un ematoma sul polso sinistro».

Cosa poteva essere successo? Nel pomeriggio avevano
fatto l’amore con passione, ma senza trascendere.
Alle diciotto e trenta, Elisabetta era uscita intatta
da casa di Marzio, senza segni evidenti sul corpo. Le
doveva essere accaduto qualcosa nel tragitto da casa
sua fino al Pino rosso, il bar dove aveva appuntamento
con le amiche per festeggiare l’addio alla settimana
bianca. Quella striscia blu sul polso imbrogliava
la situazione. Poteva essere la conseguenza di un alterco,
una questione con Angela, Stefania, Flaminia.
La serata si era complicata, come spesso accade, una
parola tira l’altra, fino alla baruffa. Un’aggressione?
Strano però, visto che erano così amiche. Angela,
Stefania, Flaminia sorprese dalla morte nel sonno,
mentre Elisabetta sembrava non essersi rassegnata,
cosciente che le stava accadendo qualcosa di tragico.
Gli occhi sbarrati, i capelli scomposti, il corpo diste



so in una posizione contratta, il segno sul braccio.
Lanzetti stava esaminando con cura il polso sinistro,
abbandonato, inerme, come il ramo di un albero caduto
sotto il peso della neve.

«A prima vista sembra un livido provocato da una
mano che ha stretto con violenza il polso di Elisabetta.
È come un braccialetto blu. Una persona l’ha
afferrata con forza, ma non ha rotto nulla, solo un
ematoma».

«Una mano di uomo o di donna?»

« Probabilmente quella di un uomo. Comunque
una mano grande».

«Com’è possibile che tre donne siano morte tranquille
ed Elisabetta mostri segnali di reazione? Cosa
ne pensa dottore? Si sono suicidate?»

«Non saprei darle una risposta. Forse Elisabetta
ha lottato più delle altre contro il gas, si è svegliata,
ha cercato di alzarsi, ma era troppo tardi. È ricaduta
sul letto in questa posizione diversa».

«E il livido sul polso?».

Il dottor Lanzetti non era abituato a inseguire le
orme di un indizio. Dispiaciuto di non sapersi rendere
utile come aveva visto fare nei film gialli, non
si sentiva a suo agio nei panni del medico legale.

«Spero che riesca a chiarire tutti i dubbi, io non
posso aiutarla di più. L’unica certezza è che tutte e
quattro sono decedute, di questo garantisco. Come
l’ematoma sul polso sinistro. È certo. Ante mortem».


Nell’appartamento si era ormai dissolta l’esalazione
di gas e avanzava un altro odore, altrettanto preciso
e pungente. Marzio si avvicinò al corpo di Elisabetta.
Con garbo aspirò l’aria che la circondava.
Odorava di Ginpin mischiato a vino rosso. Vomito
e sbornia.

«Dottore, senta qua».

Lanzetti si accostò al corpo della donna, poi fiutò
Angela, Stefania, Flaminia.

«Alcol! Ubriache fradice, come spugne».

«Forse per questo hanno combinato qualche cazzata
».

«Probabile».

Entrò trafelato Kristal.

«Venga, venga dottore, Agostino Uberti si è sentito
male!».

Pallido, accasciato su una sedia, fiatava con affanno,
i gesti sconclusionati, ripeteva ossessivo: «Che
disastro, che sciagura». Vista la sua situazione psicologica,
il trauma doveva essere fortissimo. Agostino
non era mai stato normale, fin dalla nascita; a sedici
anni, poi, aveva subito un gravissimo incidente
di sci. Durante una discesa libera era andato fuori
pista, piombando diretto su una roccia che spuntava
dalla neve. Nonostante si fosse ferito alla testa,
con una forza eccezionale era riuscito a rimettersi
in piedi, a continuare la gara e a tagliare il traguardo.
Dopo, crollò svenuto, e precipitò in un coma


profondo per mesi e mesi. Ne uscì ulteriormente
menomato nell’intelletto e con un’orrida cicatrice
sulla testa. Era il “mattarello” di Valdiluce.

«Portatelo a casa sua. Tra un po’ ci sarà una grande
baraonda».

Il dottor Lanzetti e Kristal si occuparono di Agostino.
Marzio iniziò a fare una perquisizione sommaria
in attesa che arrivassero i grandi cervelli dalla
capitale. Tutto perfetto. Le valigie pronte per la
partenza, i pacchetti e i pacchettini confezionati con
carta da regalo, la stanza pronta e pulita, le stoviglie
ordinate. Perlustrando a fondo il lavandino, trovò
dei frammenti di spinacio. Lo considerò un fatto insolito.
Elisabetta, assistente del grande cuoco Franz
Binetti, era l’unica che cucinava. Bravissima, aveva
preparato al volo in casa di Marzio tagliatelle ai funghi
porcini, rollè di coniglio e crostata di visciole. In
più era ossessionata dall’igiene. L’ispettore ci aveva
scherzato sopra.

«Saresti una moglie terribile, con te mi sembrerebbe
di essere ospite in una clinica».

«E tu vivi come un porcello, tieni la casa così
sporca che ti dovresti vergognare».

Aveva lindato ogni stoviglia, una cucina che era
uno specchio.

«Odio che qualcosa sia sporco. È come un segno
che mi rimane nella coscienza».

Curioso immaginare che Elisabetta avesse dimen



ticato questi pezzetti di spinacio. Doveva essere accaduto
qualcosa. D’improvviso.

Adesso che l’aria di fuori aveva preso il sopravvento,
Lupo bianco iniziò a far lavorare il cervello.
I pochi indizi portavano al suicidio, ma come
era possibile che tutte e quattro le donne avessero
deciso insieme di togliersi la vita? Nessuna che si
fosse opposta. Elisabetta aveva mostrato segni di
contrasto, solo il suo fotogramma conteneva imperfezioni
e quei graffi da chiarire. Forse aveva ragione
il medico: Elisabetta si era svegliata per le esalazioni,
aveva reagito. Ma l’ematoma al polso? Si poteva
immaginare anche che una delle ragazze avesse deciso
di aprire il gas, erano tutte ubriache, nessuna si
era accorta di quello che stava succedendo. Obnubilate,
con i sensi persi, potevano aver pensato che
l’effetto del Ginpin mischiato al cibo, alla stanchezza,
creasse quello strano disorientamento, tanto da
non allarmarsi. Così erano morte nel dormiveglia,
stordite.

Elisabetta invece aveva reagito, cercando di chiudere
il rubinetto del gas. C’era stata una colluttazione,
una delle tre donne le aveva stretto il polso fino
a farle male, per impedire che chiudesse la maniglia
centrale del gas. In quella stratosfera senza peso,
dove il veleno stava prendendo il sopravvento, non
c’era scampo. Ma come mai le altre tre donne erano
composte a letto? Smentiva il fatto che una di loro


avesse bloccato Elisabetta. Il dottor Lanzetti aveva
confermato che la presa sul polso non poteva essere
quella di una donna. Un uomo, allora? Che sarebbe
penetrato nell’appartamento? Kristal rientrò all’improvviso,
pallido, lo stress ne aveva divorato la magrezza.
Tremolante. Con un ciuffo di capelli che lo
rendeva molto Stan Laurel.

«Ispettore, mi è venuto un dubbio. E se non fosse
un suicidio, né un incidente o…?»

«Ovvero… Kristal, la dica la parola che sembra
quasi una bestemmia».

«Non so, lei crede che sia possibile un…?»

«…Omicidio! Finché non viene smentito dai fatti
è sempre plausibile, soprattutto quando c’è di mezzo
la morte di qualcuno».

L’assistente Kristal si appoggiò al lavandino, in
preda a conati di vomito. Marzio lo bloccò.

«La prego, con le sue impronte scombina il territorio.
Vada in un altro bagno del residence. Forza…
».

Kristal visto di spalle dava ancora meno affidamento,
traballava come un ubriaco, si appoggiava al
muro, pareva che da un momento all’altro potesse
perdere i sensi.

Marzio osservò l’appartamento 12, il sole aveva
inondato l’ambiente, c’era qualcosa di religioso in
quei raggi misti alla nebbiolina che si era formata
sui corpi. L’energia luminosa scriveva un suo per



corso, solida quasi, mentre sullo sfondo la finestra
trasmetteva il bosco di faggi. Ingiusto che Angela,
Stefania, Flaminia, Elisabetta avessero dovuto troncare
così la loro bellissima vacanza a Valdiluce.

I ricordi deviavano dal percorso. Non era facile
dimenticare, Marzio riprese il bandolo della matassa,
ma più procedeva, più si dipanava.

Ammettendo che si fossero suicidate tutte e quattro,
consenzienti, in un atto collettivo di follia, era
strano che in quei giorni Lupo bianco non avesse
notato negli occhi delle quattro ragazze l’infelicità
di un profondo malessere esistenziale. La sua Elisabetta
mordeva la vita, assorbiva la luce, gli odori, la
passione. Viveva in sincrono con l’universo.

«Luna calante, bisogna preparare le tagliatelle,
vengono più docili».

Elisabetta ondeggiando stese la pasta, il sedere si
svestì magnifico.

«Vedi com’è facile! L’impasto è meno arrogante.
Il mattarello viaggia come una Ferrari».

Marzio le si avvicinò. L’accarezzò con un bacio
sulla guancia. Lei lo spolverò di farina bianca.

«Un po’ di neve per far felice il mio bambino».

Spianò una quantità impressionante di fettuccine,
per un ristorante piuttosto che per due persone.
Le stese ad asciugare sulla spalliera del letto, sulle
sedie, sulla scala a chiocciola, sulle grucce dei ve



stiti. Quel suo muoversi danzante fece scattare una
voglia vorace, insaziabile, fecero più volte l’amore,
poi lei gli offrì l’altra faccia della luna, per la prima
volta. Un’emozione indecente. Il letto agghindato
dalle tagliatelle sembrava un albero della cuccagna.
Prima di mangiare Elisabetta si fece il segno della
croce.

A Marzio restava poco tempo prima che arrivassero
quelli del dna, con le valigette della polizia scientifica;
doveva cercare di approfittarne per indossare
la divisa. Quell’atto lo infastidiva, come se avesse
dovuto recitare una parte, camuffato da sceriffo.

«Le quattro donne si sono suicidate».

«È presto per dirlo».

«Non avrà mica qualche dubbio?».

Il sindaco Tonioli era comparso subito, vestito
con eskimo, i baffi che puzzavano di sigaro, gli
occhi terrorizzati, finalmente un’espressione vera.
Un fatto così gigantesco a Valdiluce avrebbe creato
problemi al turismo. Ci sarebbero state pressioni da
parte di qualche politico per minimizzare l’avvenimento.


«Posso vedere la stanza del suicidio?»

«Sindaco Tonioli, sta scherzando? Non può entrare
», puntualizzò Marzio con fermezza. «La stanza è
quella del crimine, non del suicidio o di qualsiasi
altra cosa».


Kristal si appoggiò alla porta, flebile, della consistenza
di un bastoncino di pasta sfoglia.

«La prego signor sindaco, non insista».

«Ma sono anche io un pubblico ufficiale? Ne ho
diritto!».

Marzio incominciava a spazientirsi.

«Faccia domanda al ministero, intanto io vado a
casa a mettermi la divisa».

Tonioli lo inseguì per qualche passo. Odorava di
frittata di cipolle con vino rosso e crauti.

«Pensi se lo scandalo si ingigantisse. Non ci sono
misteri da scoprire, è stata solo una brutta disgrazia
da dimenticare. Un incidente. Si ricordi che anche
lei è di Valdiluce. Un suicidio si può accettare, un
incidente anche, ma un omicidio spazzerebbe via
per sempre la dignità del paese. Dovremmo chiudere
una delle più importanti stazioni invernali della
nazione. Mettere alla fame centinaia di persone, una
vera tragedia».

Marzio pensò che quattro donne morte in quelle
circostanze misteriose avrebbero comunque
suscitato tanta emotività che nessuno l’avrebbe
potuta governare. Superiore a qualsiasi altro avvenimento.
Più atroce che si fosse spezzato il filo
della teleferica, o rotta la diga del fiume Lima, o
che fossero precipitati a valle tutti i tronchi della
falegnameria.

Il sindaco, curvo sotto le sue responsabilità, odio



so, cinico, pensava alla sopravvivenza dei suoi quattro
hotel.

«Si ricordi, un infortunio è la migliore soluzione,
accontenterà tutti. In poco tempo la gente si dimenticherà
delle quattro ragazze, ma se fosse qualcosa
d’altro…».

«Sindaco la prego, si allontani da qui».


Dead Space Catalyst: anteprima



PARTE PRIMA


JENSI


1


Quando era giovane, Jensi Sato non aveva idea che suo fratello
avesse qualcosa che non andava. Istvan era sempre stato in
quel modo, o era cambiato così gradualmente che, standogli
accanto ogni giorno, non lo aveva notato. Attraversavano il
quartiere delle case popolari insieme, e faceva il diavolo a
quattro, accusando sempre un mal di testa a causa dell’aria
rarefatta e imperfetta della cupola in cui vivevano a Vindauga.
In realtà, era Istvan che combinava guai e Jensi, più giovane,
lo seguiva. Ma Jensi non se ne rendeva conto in quel periodo.
Era felice di far parte dei piani di Istvan e, anche se non
concordava sempre con questi, voleva andarsene di casa e
fuggire da sua madre.

Nel periodo dell’adolescenza, Jensi aveva cominciato a
vedere quanto fosse cambiato Istvan. Suo fratello non era
come i suoi coetanei. Notava quanto gli altri ragazzi lo
guardassero in modo strano, percepiva come si allontanavano
da lui e poi, via via, da entrambi. Presto, Jensi e Istvan vennero
praticamente abbandonati a loro stessi.

Non era così facile dire se Istvan non fosse normale, perché
nella maggior parte dei casi lo era, più o meno. Poteva passare
inosservato, se voleva, di solito ci riusciva tramite semplici
comunicazioni senza battere ciglio. Ma più tempo si passava


con lui, più diventava strano. Sembrava vivere in un mondo
tutto suo. Si arrabbiava con più facilità rispetto alle altre
persone. Era poco capace di focalizzare l’attenzione sugli
altri. Non gli importava per nulla di cosa pensassero di lui e,
inoltre, non aveva il senso della paura. L’unica persona che
avesse mai veramente ascoltato era Jensi e, a volte, qualora
ci fosse un vero problema, ubbidiva solo a lui, lasciandosi
persuadere controvoglia.

Jensi si ricordò di quando aveva dodici anni ed era fuori
con Istvan, a passeggio per la zona dove vivevano, cercando
qualcosa da fare. Il complesso della Mariner Valley era
tenuto separato dalle cupole più grandi tramite un canale.
Esse contenevano il resto della città e, solo più tardi, Jensi
capì perché vivessero negli alloggi economici dove stavano
tutti coloro che erano indesiderati a Vindauga.

Quel giorno c’era una dozzina di ragazzi, di pochi anni
più giovani di loro, accucciati vicino alla parete della cupola
che dava verso l’esterno, là dove la parte interna era stata
spaccata e diventava opaca. Lì, c’era una sottile crepa,
immediatamente riparata tramite il protocollo di ossigeno
della cupola. I ragazzi continuavano a sfidarsi l’un l’altro ad
avvicinarsi alla parete. Trattenendo il respiro, uno di loro
correva verso la cupola, toccava la sezione opaca e poi tornava
indietro. Gli altri gli davano delle pacche sulla schiena per
congratularsi e poi incoraggiavano un altro ragazzo affinché
lo facesse anche lui.

“Che tipo di gioco è?”, chiese Istvan, ponendo la domanda,
senza rivolgersi a nessuno di loro in particolare.

La maggior parte dei ragazzini lo ignorò, posando lo
sguardo altrove come se non lo avessero sentito. Uno di loro,
il più grande, scrollò solo le spalle. “È solo qualcosa per
passare il tempo”, rispose.

“Ma non è nemmeno pericoloso”, notò Istvan. “Come può
essere divertente, fingere che qualcosa sia pericoloso, quando
non lo è?”

2


Jensi gli mise una mano sulla spalla. “Andiamo”, lo incitò.
“Lasciamoli stare, dai”.
Ma Istvan si scrollò la mano di dosso. “Non vorreste giocare
a un vero gioco?”, gli chiese.

Diffidente, il capo dei ragazzini rispose, “Questo è un vero
gioco”.

“No”, controbatté Istvan. “Non lo è. Volete vedere un vero
gioco?”

I bambini si strinsero l’uno con l’altro, le braccia incrociate,
in silenzio.

“Andiamo”, fece di nuovo Jensi. “Andiamo via”.

“Non mi interessa se tu lo vuoi vedere oppure no”, ribadì
Istvan. “Voglio giocare”.

Si piegò in avanti, bloccando le mani dietro la schiena,
batté con il piede il terreno sporco e poi, improvvisamente,
caricò, urlando.

Il gruppo di ragazzini, pensando che stesse correndo nella
loro direzione, si sparpagliò, ma lui non li stava puntando. Li
oltrepassò senza guardarli e corse, cozzando sulla porzione
opaca della parete della cupola, colpendola forte con la sua
fronte. Jensi si sentì il cuore salirgli in gola.

Ci fu un sibilo e le crepe peggiorarono, ma la lastra,
fortunatamente, non cedette. Tuttavia Istvan arretrò e cadde
pesantemente a terra, la sua fronte era imbrattata di sangue.
I ragazzi sparpagliati si riunirono, tenendosi a distanza.
Jensi corse velocemente in avanti, inginocchiandosi vicino
a suo fratello.

“Istvan?”, disse, scuotendolo.“Istvan? Perché lo hai fatto?”

Il sangue gocciolava lentamente dalla sua fronte. Per un
attimo gli occhi di Istvan diventarono vitrei e vaghi, poi
lentamente si focalizzarono su suo fratello e sorrise.“Vorresti
giocare?”, chiese. “Vuoi essere il prossimo?”

Un giorno, quando aveva quattordici anni, un gruppo di
ragazze stava disegnando a terra con un gessetto la struttura
di un vecchio gioco, uno di quelli che si poteva vedere

3


nell’ololibreria: una serie di quadrati numerati, tutti connessi
tra loro, in cui bisognava saltellare secondo uno schema
prestabilito. Le ragazze stavano intorno al disegno,discutendo
su come riconoscere quali erano le caselle da evitare. Istvan
semplicemente camminò tra loro, quasi come se non le avesse
notate. Fece cadere una ragazza, disseminando una manciata
di sassi raccolti, e interrompendo la discussione. Queste gli
urlarono contro. Quella che era per terra piangeva, reggendosi
il gomito sbucciato in modo accusatorio, ma Istvan non si
fermò e continuò a camminare. Jensi, non sapendo cosa altro
fare, lo seguì e lo raggiunse.

“Hai fatto una cosa cattiva”, disse.

Ma Istvan non rispose.

Con rabbia, Jensi scosse la spalla di suo fratello. “Ehi”,
fece. “Perché sei stato così cattivo con loro?”

“Uh?”, disse Istvan. “Cosa?”, Era come se fosse uscito da
uno stato di trance. Poi si voltò e guardò indietro le ragazze.
Stavano con le mani sui fianchi, ancora arrabbiate, sebbene
non stessero più urlando. “Che problema hanno?”

“Hai rovinato il loro gioco”.

“Davvero?”, domandò Istvan. Sembrava proprio confuso,
come se davvero non se lo ricordasse. Rimase a fissarle per
un momento, poi i tratti del suo viso si fecero cupi.

“Probabilmente non valeva la pena giocarci”, affermò.

Jensi pensò a tutte le volte che si era svegliato nella loro
camera da letto, di notte, ascoltando suo fratello che
mormorava, parlando nel sonno e ripeteva continuamente
le stesse parole, all’infinito. Oppure si sedeva sul bordo del
letto, in uno stato tra il sonno e la veglia, dondolandosi
avanti e indietro, elencando una serie di cifre. Forse amava
i numeri così tanto che si poteva perdere in essi. Sembrava
che apprendesse con naturalezza anche ciò che riguardava i
computer, era un hacker da quando aveva nove anni, e aveva
insegnato a Jensi a fare lo stesso. Ma in questo caso erano
numeri e mormorii ripetuti continuamente.

4


“Istvan”, gli sussurrava Jensi. Ma lui non lo sentiva.

A volte Jensi era fortunato e suo fratello si fermava da
solo. Mentre, altre volte, minacciava di dondolarsi avanti
e indietro all’infinito. Allora Jensi si alzava e lo scuoteva,
ma, a volte, anche se lo faceva, questo non lo fermava. Era
come se Istvan fosse da qualche altra parte, come se avesse
abbandonato il suo corpo per un po’. A volte serviva molto
tempo prima che vi rientrasse.

L’avrei dovuto sapere, pensò Jensi una volta cresciuto. Avrei
dovuto capire quanto Istvan stesse male. Avrei dovuto intuire
quanto fosse danneggiato il suo stato mentale. Avrei dovuto
provare a farlo aiutare. L’avrei potuto salvare.

Ma come? Si domandava un’altra parte di lui, una parte
che aveva cercato di reprimere con difficoltà. Come lo poteva
sapere? Lui era il fratello più giovane, dopotutto. C’era
un limite a quello che poteva fare, ma sua madre, no, non
credeva nei dottori, pensava che quel Dio avesse creato tutto
ciò da solo e che non si doveva interferire. In realtà, aveva
provato parecchie volte a dirle che c’era qualcosa che non
andava in suo fratello, ma ogni volta lo aveva guardato con
degli occhi strani.

“Qualcosa che non va?”, domandava la madre. “Certo che
c’è in lui qualcosa che non va. Lui è malvagio”.

“No”, ribatteva Jensi. “C’è qualcosa dentro di lui che non
va. Qualcosa che non va nella sua testa”.

“Il male è in lui”, mormorava sua madre. “Deve essere
estirpato”. Allora, con orrore, Jensi capì di aver dato a sua
madre una scusa per fare del male al fratello.

Ma quando Istvan crebbe, diventando fisicamente più
maturo, sua madre cominciò a lasciarlo stare. Lo malediva
dall’altro lato della camera, dicendogli che era un vile, ma
non gli mise più le mani addosso. Aveva un po’ paura di lui
e questo significava che non avrebbe nemmeno più sfiorato
Jensi con un dito. Diventò sempre più introversa, o forse lo
era sempre stata, anche se Jensi non se ne era accorto. Istvan

5


ereditato quello che non andava in sua madre? Era genetico,
innato? E questo significava che anche Jensi poteva avere quel
qualcosa? No, non voleva essere come sua madre e non voleva
essere nemmeno come suo fratello, ma provava affetto per
quest’ultimo, si sentiva responsabile nei suoi confronti. Istvan
si era sempre preso cura di lui. Forse, ora che suo fratello stava
diventando così strano, era il turno di Jensi. Era arrivato il
momento per lui di prendersi cura di suo fratello.

Istvan aveva appena compiuto diciassette anni e Jensi quindici,
quando le cose cominciarono a peggiorare gravemente. Tutto
ebbe inizio con la loro madre.

Erano tornati da un altro giorno passato nel complesso
della Mariner Valley. Quando arrivarono a casa, la porta
del loro appartamento era socchiusa, il pass della madre si
trovava sul pavimento dell’ingresso. Spinsero, aprendo la
porta e videro dei pacchi rovesciati a terra e la madre che
giaceva in mezzo ad essi. Il suo corpo tremava.

Jensi si accovacciò accanto a lei. Provò a girarla per
vedere il suo volto, ma fu difficile. Il suo corpo era rigido e
opponeva resistenza.

“Aiutami, Istvan”, sollecitò suo fratello.

Ma Istvan rimase proprio dove era, guardando in basso,
verso di lui.

“Istvan”, replicò, “aiuto”.

Ma era come se fosse in trance. Jensi vide che sua madre
aveva cominciato a fare schiuma dalla bocca. Era chiazzata
di rosso e si poteva vedere tra i denti e le labbra, la lingua
parzialmente tagliata dai denti.

“È grave”, constatò e quando Istvan non rispose, gridò il
nome del fratello.

Istvan trasalì, poi scosse il capo e guardò in basso. La sua
espressione era misteriosa.

“Potrebbe morire”, appurò Jensi.

“Sì”, confermò Istvan, ma non fece un movimento per
aiutare. “Non lo vedi?”, chiese lentamente.

6


“Vedere cosa?”, chiese Jensi.

“L’uomo ombra”, rispose Istvan. “La sta strangolando”.

L’uomo ombra? “Istvan”, ordinò Jensi lentamente. “Vai
all’olovideo e chiama aiuto”.

E lentamente, quasi come un sonnambulo, senza distogliere
lo sguardo dalla madre, Istvan lo fece.

Jensi la teneva, parlandole e dandole dei piccoli schiaffi, fino
a che non arrivò la squadra di emergenza. Le massaggiarono le
mascelle ripetutamente fin quando non le rilassò abbastanza
da rilasciare la lingua e poi le girarono la testa da un lato,
così da non farla soffocare con il sangue. Istvan, dopo aver
fatto la chiamata, rimase in piedi, nella parte opposta della
stanza, osservando. Si rifiutò di avvicinarsi. L’uomo ombra?
Si chiese Jensi. Cosa intendeva? Era matto.

Se ci fosse stato solo Istvan, pensò più tardi Jensi, quando
portarono via la madre, sarebbe morta.

La squadra di emergenza la portò all’ospedale. Venne tenuta
lì un giorno e poi trasferita al reparto psichiatrico, con la
camicia di forza, rinchiusa, per quella che potenzialmente
poteva essere la volta definitiva. Un’assistente sociale, una
donna anziana e severa, uscì dalla casa e disse ai due fratelli
che sarebbero stati portati a un ente assistenziale dello Stato.

“Ma ho quasi diciotto anni”, rivendicò Istvan. “Non ho
bisogno di un tutore”.

“Ancora non li hai compiuti”, insistette la donna. “Devi
averne uno”.

Ma lo sbaglio che fece l’assistente fu quello di lasciarli da soli
per pochi minuti, invece di portarli immediatamente all’ente
assistenziale. Appena se ne fu andata, Istvan cominciò a fare
dei piani per fuggire. Prese uno zaino vecchio e macchiato
dall’armadio, lo riempì di vestiti, poi ci gettò una varietà di
cose dalla dispensa, vi incluse, Jensi non poté fare a meno
di notarlo, anche quelle che non avrebbe mai mangiato. Era
in un mondo tutto suo quando faceva così, ignaro di tutto,
tranne che del compito che stava portando a termine. Jensi

7


non faceva altro che guardarlo, provando un senso sempre
più grande di disperazione per suo fratello.

Quando ebbe finito, chiuse la cerniera dello zaino e guardò
in alto.

“Perché non stai facendo le valigie?”, chiese a Jensi.

“Dove stai andando?”, lo interrogò Jensi.

“Hai sentito quella donna”, lo mise in guardia Istvan. “Ci
vuole affidare a qualcuno. Dovremo imparare a capire cosa
pensano e saranno come la mamma, anzi ancora peggiori,
dal momento che non siamo imparentati”.

“Forse non saranno peggiori”, provò a dire Jensi. “Forse
saranno migliori”.

Istvan scosse la testa. “Questo è quello che vogliono che tu
creda”, gli rispose. “Ecco perché in questo modo riescono a
portarti via ogni volta”.

Ecco perché in questo modo riescono a portarti via ogni
volta, pensò Jensi, ma non erano loro che stavano portando
via Istvan, ma Istvan che rendeva le cose più difficili per se
stesso. L’idea che suo fratello potesse essere il tutore di se
stesso, o il tutore di entrambi, non avrebbe mai funzionato.
Istvan, riusciva a prendersi cura con difficoltà di se stesso,
figuriamoci di un’altra persona.

“Andiamo”, lo incoraggiò Istvan. “Non c’è tempo per fare
i bagagli, torneranno presto. Devi partire così come sei”.

Poco dopo, arrivò uno di quei momenti decisivi, in cui la vita
è a un bivio: o andare con suo fratello, verso l’anormalità del
mondo esistente nella mente di Istvan, oppure avvicinarsi al
mondo reale. La cosa terribile era che, anche se così giovane,
non riusciva a non rendersi conto che qualsiasi scelta avesse
fatto sarebbe stata, in un modo o nell’altro, non del tutto
giusta. In entrambi i casi avrebbe perso qualcosa.

“Andiamo”, incitò Istvan di nuovo, ansioso.

“Io”, balbettò Jensi. “Ma io…”

“Che c’è che non va?”, domandò Istvan. “Non riesci a
vedere cosa sta succedendo qui?”

Infatti, era quello il problema: riusciva a vederlo. Riusciva

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a comprendere che, se fosse andato con Istvan, non ne
avrebbe ricavato nulla di buono, anche se suo fratello non
riusciva a capirlo.

“Non posso venire”, esclamò alla fine, senza guardare suo
fratello negli occhi.

“Certo che puoi”, spronò Istvan. “È la cosa più semplice
di questo mondo. Tutto quello che devi fare, è uscire fuori
dalla porta”.

“No”, si oppose Jensi. “Mi dispiace. Non verrò”.

Per un istante Istvan rimase a fissarlo, il suo viso era
inespressivo. Quando poi capì quello che Jensi gli stava
dicendo, qualcosa rapidamente cambiò l’espressione del
suo volto. Poi, tutto a un tratto, il suo viso mostrò un
sincero dolore.

“Mi stai abbandonando?”, chiese con una voce che era
quasi un gemito. Fu quasi insopportabile da sentire per Jensi.

“No”, provò a dire Jensi. “Rimani qui. Rimani con me.
Andrà tutto bene”. Ma sapeva che quello per Istvan era
inimmaginabile, così come fuggire lo era per lui. Per un
attimo Istvan sembrò stordito e poi, sollevando lo zaino sulla
spalla, uscì fuori e Jensi si ritrovò da solo.

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2


La tutrice che la corte assegnò a Jensi era piuttosto
innocua: onestamente non c’era nulla di sbagliato in lei, ma
nemmeno nulla di giusto. Era ciò che sua madre avrebbe
chiamato la tiepida, non era né carne né pesce, ma per
Jensi andava bene. Poteva andare d’accordo con una come
lei. Poteva tirare avanti. Per una volta nella vita non si
doveva preoccupare della provenienza del cibo. Si buttava
sui compiti e fu sorpreso di vedere che gli piacevano e
che eccelleva. Quei ragazzini che prima gli stavano alla
larga, ora cominciavano a girargli intorno, a volte anche
rivolgendogli la parola.

Uno di loro, un ragazzo chiamato Henry Wandrei,
iniziò a gironzolargli intorno, standogli silenziosamente
a distanza, durante gli intervalli del cambio classe. Si
sedeva davanti a lui a pranzo, all’inizio senza parlargli o
incontrare il suo sguardo.

A volte, aveva pedinato Jensi per qualche isolato, quando
tornava a casa. All’inizio Jensi lo sopportò, poi ci si abituò e
cominciò a piacergli. Se ne accorse quando Wandrei non era
lì, come se fosse la sua ombra o come se fosse un fantasma.

“Cosa?”, domandò alla fine Jensi, un giorno a pranzo.


“Niente”, rispose Henry Wandrei e poi rimasero seduti
in silenzio per un attimo fino a quando Henry chiese “Che
musica ti piace?”

Musica? Si domandò Jensi. Cosa ne sapeva lui della musica?
Con un senso di impotenza, scrollò solo le spalle. “E a te che
musica piace?”

Henry sciorinò qualche nome di band e quando Jensi non
diede nessuna risposta, cominciò a provare a spiegare cosa
ne pensasse di ognuna. Era, a quanto pareva, bravo in quel
campo, capace di parlare in un modo vivace e sorprendente
che non descriveva la musica in sé, ma riusciva a dare
un senso di musicalità anche quando diceva qualcosa
di sbagliato. Jensi fu sorpreso di scoprire che gli piaceva
sentirlo parlare. Henry, silenzioso per tutto quel tempo, ora
sembrava incapace di rimanere zitto e più tardi, quando fece
ascoltare la musica a Jensi, questi trovò che le descrizioni
sembravano giuste.

Henry era il primo vero amico, dopo suo fratello. Ma non
si può realmente pensare a un fratello come a un amico, no?
Come era riuscito ad arrivare ai quindici anni senza avere
un vero amico? Pensare a questo gli faceva provare del
risentimento per Istvan e, allo stesso tempo, lo faceva sentire
colpevole. Eccolo qua: viveva una vita discreta, con una
tutrice decente e un vero amico, mentre suo fratello stava
vagabondando da solo da qualche parte lì fuori, tra le cupole.

Lo aveva intravisto una volta o due, di solito da lontano,
anche se un giorno lo vide da vicino. In quell’occasione
sembrò che suo fratello non lo conoscesse. Non lo aveva
riconosciuto, dal momento che passò oltre e sebbene Jensi
volesse aprire un dialogo e parlargli, non era stato in grado
di farlo. Non lo avrebbe potuto fare, se Istvan non gli fosse
andato incontro. Più tardi cominciò a domandarsi se suo
fratello avesse avuto semplicemente uno dei suoi attacchi,

o qualsiasi cosa fossero. Forse Istvan era talmente assorto
nei suoi pensieri che non riusciva a vedere Jensi. La sua
vita fu così in quei giorni. Era come se fosse su un’altalena,
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passando dal sentirsi bene al sentirsi colpevole e poi un’altra
volta bene, ma mai stabile.

Dopo pochi mesi si fidava abbastanza di Henry da parlargli
di Istvan.

“Quello è tuo fratello?”, domandò Henry. Aveva visto
Istvan qua e là, non sapendo davvero cosa pensare di lui.

“Sento che dovremmo aiutarlo”, disse Jensi.

Henry annuì. “Certo”, lo esortò, “è tuo fratello. È normale
che la pensi così”. E poi scrollò le spalle. “Ma cosa possiamo
fare?”, si interrogò.

Per sei mesi non fece proprio nulla, ma poi un giorno,
tornando a casa, parlò a Henry del caseggiato in cui abitava,
provando a descriverlo nello stesso modo in cui aveva fatto
il suo amico, non solo per descrivere la musica, ma anche
le altre cose, ma senza riuscire a renderle vive. Henry lo
guardava educatamente, anche con grande attenzione, ma
continuava a inciampare e a incespicare sulle sue parole,
incapace di trasformarle in immagini che Henry potesse
capire. Lentamente si fermò.

Henry lo guardò e aspettò che ricominciasse e quando
non lo fece, semplicemente gli disse, “Potresti semplicemente
mostrarmelo”.

Jensi pensò Perché no? Così fecero una sfacchinata di un
chilometro o più, fino alla valvola che conduceva al complesso
della Mariner Valley.

L’operatore della valvola era appostato lì, e li guardava con
aria interrogativa. “Siete sicuri di voler entrare? Due ragazzi
educati come voi? Chiese da sotto i baffi arruffati. “È un po’
pericoloso”.

“Io ci vivevo”, annunciò Jensi.

L’operatore arricciò il naso. “Se io avessi vissuto lì e ne
fossi uscito, non so se sarei desideroso di tornare”. Ma lo
lasciò passare.

Guardarono la valvola che girava, chiudendosi dietro di
loro e poi camminarono per trenta metri giù per il tubo verso

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la seconda valvola. Quando furono lì, Jensi cominciò ad avere
dei dubbi. Aveva una nuova vita ora, avrebbe dovuto voltare
pagina. Perché voleva mostrare tutto questo a Henry?

La valvola girò aprendosi ed entrarono. A Jensi il complesso
di fronte sembrò subito familiare, proprio come lo ricordava,
ma anche differente. Essendo cresciuto, poteva vederlo per
quello che realmente era: una topaia. Le valvole erano messe
in modo da isolare il complesso della Mariner Valley, nel caso
in cui la gente all’interno decidesse di ribellarsi. Le strade
che da bambino sembravano normali, poteva compararle a
quelle in cui viveva ora. Ogni cosa era cadente, un po’ sporca
e un po’ patetica.

“Vivevi qui?”, chiese Henry.

Jensi scrollò le spalle. Per un attimo considerò di tornare
indietro, verso le valvole e andarsene, ma poi Henry domandò,
“Allora dov’è casa tua?”

Mostrò a Henry gli scalini di cemento logori, il pavimento
spaccato del corridoio che conduceva al suo appartamento,
e poi alla porta stessa, scolorita e graffiata irregolarmente
lungo un lato. La fissarono. Jensi non sapeva cosa altro
fare e Henry non sembrava ancora pronto ad andarsene. La
porta era sigillata, all’altezza dell’infisso, con del nastro della
polizia. Perché? Si chiese Jensi. Fu sorpreso che qualcuno non
si fosse ancora trasferito lì.

Ma guardando più da vicino, si rese conto che il
nastro era stato tagliato, molto attentamente, così che,
a un primo sguardo, sembrava che la porta fosse ancora
sigillata. Anche Henry lo doveva aver capito, poiché
improvvisamente stese il braccio e mise la sua mano sulla
maniglia, spingendola in basso.

La porta non era chiusa, dal momento che entrambi i
ragazzi la videro lentamente scivolare e aprirsi. Dietro di essa
c’era l’ampio soggiorno vuoto, il pavimento ricoperto ora
da un sottile strato di polvere. C’era il divano dissestato, il

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piccolo oloschermo rotto in un angolo, l’improvvisato tavolo
da caffè ricavato da un container navale abbandonato, che
avevano trovato e poi capovolto. La parete era scolorita e
ora cominciava a diventare grigia con la muffa negli angoli,
ma poteva essere anche solo polvere ammucchiata lì.

“Probabilmente, non dovremmo essere qui”, disse Jensi. I
ricordi nella stanza erano palpabili, la maggior parte brutti.

“È tutto okay”, lo rassicurò Henry, che si era messo già a
frugare. “Non c’è nessuno ora e se anche qualcuno venisse
qui, possiamo convincerlo che non stavamo facendo nulla”.
Jensi capì che per Henry era un gioco.

Poi Jensi si accorse della scia che era stata lasciata nella
polvere, dalla porta d’ingresso fino all’entrata della camera
da letto sul retro, quella che lui e Istvan avevano condiviso.
Seguì il percorso con gli occhi. Poteva vedere una luce
provenire dalla fessura sotto la porta della camera da letto.

Allungò una mano e prese il braccio di Henry.

“Cosa c’è?”, chiese Henry, cominciando a tremare, senza
fermarsi.

“Silenzio”, sussurrò Jensi. “Penso ci sia qualcuno”.

Se si fosse solamente voltato e se ne fosse andato, le cose
sarebbero state diverse. Ma non lo fece. Perché? Forse
perché Henry era lì con lui e che, per il suo amico, questa era
un’avventura. Il fatto che qualcuno era lì, faceva sì che, per
Henry, questa fosse più di un’avventura. Era semplicemente
un crescendo di infrazioni, cominciato quando avevano
trovato il nastro della polizia tagliato sulla porta. Si stavano
muovendo di soppiatto e ora rischiavano qualcosa, ma
dalla prospettiva di Henry probabilmente la cosa peggiore
che potesse succedere era quella di essere rimproverati o
intimati ad andarsene o cacciati via. O forse, nel peggiore
dei casi, denunciati per essere entrati abusivamente, e poi
rilasciati con un rimprovero.

Ma Jensi era cresciuto in quel quartiere. Sapeva che
poteva finire molto peggio. Se c’era la persona sbagliata

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nella stanza sul retro, potevano ritrovarsi gravemente feriti

o anche morire.
E così, quando Henry cominciò a muoversi in avanti,
verso l’interno dell’appartamento, Jensi non fu così veloce
nel seguirlo. Guardò l’amico avanzare, i suoi piedi che
tracciavano un nuovo percorso nella polvere, muovendosi
lentamente e cautamente, fino a che non fu accanto alla
porta della camera da letto. Forse, pensò Jensi, non ci
sarebbe stato nessuno lì dentro. Forse qualcuno era venuto
e se ne era andato lasciando la luce accesa. Ma appena
Henry allungò le braccia e toccò la maniglia della porta,
Jensi seppe che si stava illudendo.

E infatti, prima che Henry potesse aprire la porta, essa si
aprì da sola e un pallido braccio chiazzato si allungò e lo
tirò dentro.

Jensi cercò la porta che dava sull’esterno, cominciando già
a correre.

Ma non c’era nessun posto dove fuggire, nessuno con cui
poterne parlare fino a che non avesse attraversato la valvola
e fosse entrato nella grande città. Ma, ormai, sarebbe stato
troppo tardi. Al suo ritorno Henry sarebbe morto, disteso
sul pavimento, o sarebbe stato portato via e non lo avrebbe
più trovato.

E così, appena fuori dalla porta, i suoi piedi rallentarono,
si fermò e si voltò. Era grande abbastanza, si disse, e anche
forte, era cresciuto lì e sapeva come combattere. Se avesse
preso in contropiede chiunque fosse, ci sarebbe stata una
speranza di fuggire per lui e per Henry.

Silenziosamente si avvicinò alla porta della camera da letto
e, lentamente e cautamente, spinse la maniglia verso il basso,
fino a che la linguetta non uscì dall’incastro della serratura.
Poté sentire una voce all’interno, sussurrare insistentemente.
Fece un lungo respiro, aprì la porta ed entrò dentro, con il
pugno già sollevato, pronto a colpire.

Sul pavimento, inginocchiato accanto alla testa di Henry,

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a tenerlo fermo e a non farlo muovere con una mano chiusa
sulla bocca, c’era un uomo sudicio. I suoi capelli e la sua pelle
erano ridotti male e puzzavano. Chi ti ha mandato? Lo sentì
dire a voce alta, senza togliere la mano dalla bocca di Henry
per lasciarlo rispondere. Cosa vogliono da me? Perché mi
stanno cercando? Poi Jensi fu sull’uomo, puntò all’orecchio
e lo colpì così forte di taglio che lo fece girare e perdere
l’equilibrio, e Henry cominciò a dimenarsi per liberarsi.

Ma nello stesso momento in cui l’uomo si girò, Jensi fu
sorpreso nel vedere che aveva una faccia che lui conosceva.
Era suo fratello Istvan.

Ma anche se riconobbe Istvan, lui non sembrava identificare
suo fratello. I suoi occhi erano vitrei, folli e mentre da una
parte cadeva e dall’altra si allontanava da Henry, sembrava
quasi che non fosse affatto lì. Era come se fosse solo il
suo corpo, ma controllato da qualcun altro, o anche da
qualcos’altro.

Henry riuscì ad alzarsi in modo goffo. Istvan, inciampando,
riprese l’equilibrio e si appoggiò contro il muro e poi mostrò
i denti.

“Istvan”, lo chiamò Jensi. “Sono io”.

Istvan emise un suono che era una sorta di ringhio e poi
chinò la testa e caricò. Colpì Jensi con violenza, proprio nel
centro del petto, sbattendolo a terra, cadendo pesantemente
sulla parte superiore del suo corpo. Per un istante Jensi non
poté respirare ed ebbe la terribile sensazione di soffocare,
la stanza intorno a lui stava svanendo. Poi riuscì a prendere
una boccata d’aria profonda e piena di dolore. Istvan era
sulla parte superiore del suo corpo, lo stava aggredendo,
prendendo a pugni le sue spalle, il suo collo e il suo viso.
Henry era dietro di lui, che provava ma non riusciva a
trascinarlo via.

Istvan, provò a dire ancora. Sono io, Jensi. Ma dalla bocca
non uscì una sola parola. Provò ad afferrare le mani di
Istvan, ma non ce la fece, così cercò di proteggere il suo viso
con gli avambracci. Istvan continuava a prenderlo a pugni,

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i colpi rimbalzavano su di questi, ma a volte riuscivano a
passare oltre, e Jensi poteva intravedere qua e là il viso inerte
e tormentato del fratello.

Ci fu un momento in cui pensò di essere sul punto di
perdere conoscenza, poi passò. La sua mente divenne
improvvisamente più forte, ma era ancora molto distante,
come se stesse osservando se stesso dall’esterno.

Improvvisamente si rese conto che Istvan poteva
davvero ucciderlo.

Ma suo fratello si stava stancando, i colpi divennero più
lenti mentre lottava non solo per colpire Jensi, ma anche
per tenere lontano Henry. Jensi aspettò, ancora provando a
proteggere il suo volto, e poi quando Henry saltò di nuovo
sulla schiena del fratello, colpì Istvan, dandogli un pugno
sulla gola il più forte possibile.

Questo cominciò a rantolare, ma rimase solidamente a
cavalcioni su di lui. Henry stava cercando di allontanarlo.
Non sapendo che altro fare, Jensi si mise seduto, per quanto
poté, e avvolse le braccia intorno a suo fratello, tirandolo a
sé il più vicino possibile.

Da vicino Istvan puzzava di sudore stantio e di
qualcos’altro, qualcosa che si era decomposto. Cominciò a
lottare appena sentì le braccia di Jensi, ma Jensi bloccò le
sue mani dietro la schiena e tenne duro. Premette il suo viso
contro il collo di Istvan.

“Sssshhh”, fece, nel modo più calmo possibile. “Va tutto
bene ora, Istvan. È tutto okay. Sono io”.

Istvan continuò a dimenarsi. Dietro di lui, Jensi intravide
Henry, che in quel momento sembrava perplesso, arrestando
i suoi tentativi di trascinare via Istvan.

“Sono io”, disse Jensi, la sua voce ora era un sussurro
tranquillizzante. “Sono io, Jensi. Sono tuo fratello. Sono qui
ora, Istvan. Sono qui per te”.

Continuò così, tenendo stretto Istvan che ancora provava
a liberarsi. Henry aveva fatto pochi passi indietro, confuso,
domandandosi cosa fare. Una parte di lui sembrava voler

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aspettare. L’altra sembrava orientata a fuggire. Jensi
continuava a sussurrare, provando a tranquillizzare suo
fratello, fino a che quest’ultimo non cominciò a colpire il
lato del suo viso con la fronte.

Tenne duro finché poté, la sua testa gli faceva male, sentiva
come se qualcosa dentro il suo cranio fosse sul punto di
cedere. Qualcosa era umido e all’inizio pensò che stesse
sudando, ma quando la testa di Istvan si ritrasse, vide che
il suo sopracciglio era chiazzato di sangue. Il mio sangue,
pensò Jensi e poi Istvan colpì di nuovo con la sua testa e le
mani di Jensi liberarono la presa e si sentì svenire.

Pensieri sconnessi, una strana serie di visi fugaci, come
se tutto il suo passato fosse condensato in un particolare
momento, in un singolo spazio. Ondeggiavano intorno a
lui e cominciarono lentamente ad avvicinarsi svolazzando
e poi fuggirono via, sembrando più che altro uccelli gonfi
e grotteschi, piuttosto che visi umani. Poi divennero uccelli
che volteggiavano in cielo e stranamente si allungavano,
come se stessero lasciando parti di loro dietro di essi, pur
continuando ad andare avanti, in modo da sembrare più
che altro serpenti, invece di uccelli, solo che non erano
nessuno dei due. Poi, improvvisamente come erano arrivati,
scomparvero e se ne andarono.

Al loro posto arrivò uno strano e ripetuto suono e gli ci
volle un bel po’ per capire che era il rumore di un uomo che
stava singhiozzando. Sentiva anche dell’altro. Qualcuno lo
stava scuotendo.

Quando riaprì gli occhi, si aspettò di trovare suo fratello
sopra di lui, ma qualcosa era cambiato. I suoi occhi
sembravano differenti, come se ora ci fosse qualcun altro nel
suo corpo: qualcosa di umano e vivo. Istvan. Aveva le mani
su entrambi i lati della testa e stava accarezzando il suo viso.
La sua fronte era ancora imbrattata di sangue. Henry era
distante, dietro di lui, appiattito alla parete alle sue spalle,
ancora irrigidito, ancora pronto a fuggire.

19


Quando vide Jensi riaprire gli occhi, le lacrime di Istvan
si tramutarono improvvisamente in uno strano e piatto
sorriso.

“Sei vivo”, disse.

Jensi si dimenò per alzarsi in piedi, riuscendoci facendo
leva sui suoi gomiti. “Certo che sono vivo”, fece. “Perché
non dovrei esserlo?”

“Pensavo di averti ucciso”, confessò Istvan.

“No”, ammise Jensi.“Sto bene”, si raddrizzò ulteriormente
e fece una smorfia.

“Cosa?”, chiese Henry incredulo da dietro la spalla di
Istvan. “Siete amici ora? Praticamente ha solo provato ad
ucciderti. Dovremmo andarcene di qui”.

“Non siamo amici”, annunciò Jensi. “Henry, questo è
mio fratello”.

“Non mi interessa chi sia”, lo ignorò Henry. “Ha provato
a ucciderti”.

“Io non volevo”, disse Istvan.

“Non voleva”, ribadì Jensi. “Era solo confuso”.

“Chi dice che non si potrà confondere di nuovo?”,
domandò Henry. “Guardalo. Cosa c’è che non va in lui?”

“Io non volevo”, affermò ancora Istvan.

“Non importa se lo volevi o no”, valutò Henry. “Jensi,
andiamocene di qui”.

Jensi lentamente scosse la testa. “Non posso”, rispose. “È
mio fratello”.

“È pericoloso”, disse Henry, ma sembrava che stesse
esaurendo le forze. Non era più sicuro di fuggire, sembrava
che volesse essere convinto.

“Ha solo bisogno di essere un po’ pulito”, replicò Jensi. “È
stato da solo per qualche tempo e si è confuso. Ha bisogno
di qualcuno che si prenda cura di lui”.

“Ma perché quel qualcuno dovresti essere tu?”, chiese
Henry.

“Chi altro potrebbe farlo?”, ribatté Jensi. “Ci sono solo io.
Se io non lo aiuterò, nessuno lo farà”.

20


Henry scosse solo la testa. “Non doveva andare così”,
disse.

“No”, concordò Jensi, “ma così è andata”.

21


La cospirazione Da Vinci: anteprima

La verità contro il mondo


Vi è in Italia una potenza della quale raramente parliamo in questa
Camera, ma se non la prendiamo in considerazione e non la
capiamo, non comprenderemo mai esattamente la posizione del-
l’Italia. Sto parlando delle società segrete. Alle società segrete non
interessa il governo costituzionale […].

È inutile negarlo […]. Una larga parte d’Europa, tutta l’Italia e
la Francia e gran parte della Germania, per non parlare degli altri
paesi, è coperta dalla rete di queste società segrete, così come la
superficie della terra via via viene coperta dalle ferrovie. E quali
sono i loro obiettivi? Esse non tentano di nasconderli. A esse non
interessa il governo costituzionale. Esse non vogliono una riforma
delle istituzioni; esse non vogliono i consigli provinciali né il
diritto a votare; esse vogliono […] la fine delle istituzioni ecclesiastiche.


Benjamin Disraeli alla Camera dei Comuni,

14 luglio 1856, Resoconto parlamentare

E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò:

maschio e femmina li creò.

Genesi11:27

1 Se non diversamente indicato, i brani della Bibbia sono tratti dall’edizione 2008 a cura
della Conferenza Episcopale Italiana (cei 2008). Questa e tutte le note a piè di pagina sono a
cura del traduttore.


Nota dell’autrice


So bene che, per non essere io litterato, che alcuno prosuntuoso
gli parrà ragionevolmente potermi biasimare
coll’allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta!

Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, 119 va1

Negli ultimi dieci anni la mia mente è stata tormentata da continue
domande riguardo alle verità contenute nella vicenda che
mi accingo a sottoporvi. Ho cercato la verità alla luce, in pieno
giorno, e nelle ore del crepuscolo. Chi cerca trova… Poni la giusta
domanda e otterrai la giusta risposta. Sono convinta che sia vero.

Alcuni mi scaglieranno contro la critica di non essere un’accademica.
È vero ed è uno dei miei maggiori punti di forza, perché se
lo fossi stata, questo libro non sarebbe mai stato scritto. Secondo il
mio punto di vista, il pensiero degli esperti tende sempre a essere
condizionato, quindi finisce sempre per rimanere prigioniero dei
limiti imposti dal campo in cui essi sono esperti. Deviare dalla
forma mentis dei loro pari li espone al rischio della diffamazione.
Di conseguenza, un accademico dovrebbe avere un gran coraggio
per salire sul parapetto che li imprigiona e sfidare il dogma generalmente
accettato dai suoi colleghi. Alle fine, ritengo che sia un
mio privilegio quello di poter scrutare oltre un orizzonte limitato
e sento che il fatto di poter godere di una visione periferica che
mi doni una veduta d’insieme di un ambito tanto complesso sia
il mio punto di forza. Ammetto che a volte faccio degli sforzi di
immaginazione, ma sono essi a dare colore a questa nostra vita e
a portarla dalla monocromia allo spettro cromatico completo di
tutto ciò che c’è da vedere.

Si tratta di una grande gara alla quale vi invito a partecipare.

Vedete, c’è bisogno di spremere la verità fuori da ciò che abbiamo

1 Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni. Prima edizione accresciuta con i manoscritti
di Madrid, Rizzoli, Milano 1974.


Nota dell’autrice

di fronte agli occhi. Ogni lavoro in parte ha un carattere accademico
ed è inevitabile che sia pieno di congetture, un po’ di retorica
e qualche ipotesi. Tuttavia, ciò che mi auguro che si compia
è un’evoluzione del pensiero, un “rinascimento”, per usare una
parola così abilmente coniata, un lavoro congiunto nel quale la


sciamo maturare i nostri punti di vista e alla fine ci avviciniamo

il più possibile alla verità. Ho deciso di proposito di non seguire
le tracce già ben marcate di coloro che hanno tendenze accademiche,
io seguo il mio personale cammino: quello di un pensatore
indipendente.

I dipinti e le opere d’arte che formano lo scheletro di questo libro

sono stati utilizzati come simboli per comunicarci un messaggio.

Ognuno di essi è un simbolo universale, pensato per trasmetterci
il proprio significato nella lingua universale della rivelazione. È

mettendo insieme questi segni e questi simboli che saremo in grado
di capire ciò che ci viene detto. È inevitabile, ci sarà molto di
più di quanto io sia in grado di vedere, dunque un vostro riscontro,
una volta che avrete letto questo libro, sarà inestimabile. Vi invito
a unirvi a me in questa indagine: un’indagine che mi ha portata
ben oltre ciò che avevo immaginato e alla quale sono immensamente
grata.

La ricerca non si esaurisce qui, come accade nella vita per qualsiasi
cosa valga la pena cercare, ma mi ha messa sulla strada verso
una visione che ritengo essere la meta finale del viaggio della vita.
Un viaggio nel ricordo…

In tutto questo tempo, ho richiesto assistenza, ho letto abbondantemente,
ho cercato di tornare indietro nel tempo ed ho usato
l’immaginazione per raggiungere la mia meta. La mia è una ricerca
di carattere globale e ha il potenziale di portarci grandi benefici;
spero che parteciperete anche voi.

Sono convinta di ciò che ho scoperto? Come posso esserlo?
Nessuno di noi può essere veramente sicuro di qualcosa. Tuttavia,
ritengo che non si debba mai smettere di avere dubbi, non dobbiamo
mai chiudere gli occhi o frenare l’immaginazione nella nostra


Nota dell’autrice

ricerca della conoscenza. Sarò per sempre fedele a ciò che questa

storia ha risvegliato in me. Ho avuto bisogno di tanto coraggio per

convincermi a proporvela. Sarei sciocca se non fossi consapevole

del disprezzo e della derisione che questo libro attirerà su di sé

e ovviamente so che ciò non accadrebbe se in esso non ci fosse

qualcosa di vero. Speculazioni. Sì, è questo il lusso che mi sono

concessa, di compiere un atto di fede. Ed è innegabile: a volte la

mia unica guida è stata l’intuizione. Ciò non dovrebbe essere considerato
ridicolo; l’intuizione e l’immaginazione sono strumenti
inestimabili. Chiedetelo a Einstein!

Quella che ho da raccontarvi è una vicenda entusiasmante e impegnativa,
perciò vi prego di avere pazienza durante il mio tentativo
di comunicarvela al meglio delle mie possibilità. Non lo farei
se non lo percepissi come un obbligo, perché sarebbe molto più
semplice voltarsi dall’altra parte, fuggire dalla responsabilità che

sento di avere e vivere una vita tranquilla.
Dunque vi prego, prendetela con lo spirito con il quale è sta


ta concepita. Non aspiro ad altro che a stimolare la riflessione e

spingere le persone ad avere dubbi. Per tutta la nostra vita siamo
invitati a credere senza contestare. Adesso vi chiedo l’esatto contrario.
Ascoltatemi, poi sentitevi liberi di mettere in dubbio qualsiasi
cosa vorrete e di seguire quel dubbio. In questo sta la libertà,
il rinascimento, dovrebbe essere questo lo scopo comune dell’umanità.
Secondo il mio punto di vista, chiedere di non dubitare è
un anatema, un condizionamento al quale siamo stati sottoposti
decisamente troppo a lungo.


Prefazione


Ce l’ho davanti proprio in questo momento: un ritratto del Rinascimento,
olio su tavola, di una bellissima giovane donna con il
figlio in grembo. Accanto a loro c’è un bambino, con un agnello
alla propria destra.

A prima vista, sembrerebbe un comune dipinto della Madonna
con Cristo, simile a migliaia di quelli che si possono trovare nelle
gallerie d’arte di tutta Europa. Ma in realtà è molto di più di questo.
Il titolo di Madonna con Bambino e Giovanni Battista, ovvero
il nome che gli ha sempre dato mio padre, gli ha fatto da maschera.
Sotto di essa si nasconde un quadro molto più affascinante, con
una storia straordinaria che ha atteso tantissimo tempo prima di
essere raccontata. Parliamone subito.

Mio padre, un medico generico, è morto da oltre trent’anni. Mi
ci è voluto tutto questo tempo prima di riuscire a risolvere il mistero
nascosto in questo dipinto della Madonna e del suo bambino.
In questi anni, ha viaggiato insieme a me. Ci siamo spostati
dall’Inghilterra alla Scozia, abbiamo attraversato la Manica verso
la Francia e poi siamo tornati a nord, in Scozia.

Questo squisito dipinto, insieme a tutto il resto di cui parlerò, mi
è stato regalato da mia madre per il mio quarantesimo compleanno
e ora è giunto il momento che io racconti cosa ho scoperto riguardo
a questo dono.

Sono cinquecento gli anni che mi separano dalla creazione da

parte dell’artista di questa giovane donna, un fatto che trovo quasi

inimmaginabile; il pensiero che lei esistesse già quando è nata la
regina Maria di Scozia, che abbia udito tanti bardi prima ancora


PrefazioNe

che Shakespeare poggiasse penna sulla carta, prima ancora che
Vivaldi componesse i propri spartiti, è elettrizzante.

In tutti questi anni, come un’antica meravigliosa pianta di tasso,
è stata a osservare e a farsi ammirare, silenziosa testimone degli
eventi di tutta la nostra storia, ed è stata a guardare le generazioni
decadere e scorrere via sotto i suoi occhi. Risa, lacrime, terrore,
drammi. Ha resistito a tutto e ora, un po’ stanca, osserva me, intenta
a valutare il prezioso tempo che abbiamo trascorso insieme.
Vive in una casa alquanto modesta, adagiata fra le colline scozzesi;
a farle da guardia, una donna.

Ci sono voluti cinquecento anni, ma ora, finalmente, è giunto il
momento di narrare la sua vicenda. Ma vi avverto: quello che mi
accingo a raccontarvi ci porta indietro di qualcosa come duemila
anni e va a minare in maniera drammatica le fondamenta del pensiero
e della dottrina religiosa generalmente accettati. Ma a parte
questo, si tratta anche della storia più straordinaria che io abbia
mai sentito, una storia che spero sia destinata a legarci in una fratellanza
di uomini e di nazioni; forse condurci addirittura lungo
il cammino verso la pace nel mondo. Questo sì che sarebbe un
gran sogno da realizzare! La pace nel mondo. Perché non seguire
questa strada? Quale migliore direzione potremmo mai prendere
che non sia quella verso l’equilibrio e l’armonia, in questo pianeta
così frammentato?


1
la storia del dipinto


L’inizio

Da quello che ricordo, dovevo avere circa otto anni quando è

arrivata. Mio padre stava facendo il suo giro delle visite, io un

puzzle seduta sul pavimento del soggiorno e mia madre stava cucendo.
A un certo punto entrò mio padre e ricordo distintamente

che era felicissimo; aveva in mano un grosso oggetto.

Riesco ancora adesso a vederlo, con quei suoi occhi azzurri scin


tillanti di emozione, con quelle sue fossette, divenute ormai rughe,

che correvano accanto alla sua adorabile grande bocca sorridente.
Mia madre percepì che si trattava di qualcosa di emozionante e si
alzò per dargli il benvenuto. Io li stavo a guardare dal pavimento,
incuriosita.

Facendo la massima attenzione, mio padre poggiò il dipinto con


tro il retro del sofà di velluto nero stile William and Mary e fece un

passo indietro, cingendo con il braccio le spalle di mia madre. Non
vedevo altro che le loro schiene. Qualche istante dopo, si voltò

verso di me: «Vieni a vedere, Fifi! È bellissima!».

Ricordo ancora oggi il senso di reverenza che provai quando la
vidi per la prima volta. Rimasi incantata, perché nonostante la mia
giovane età la trovai, be’ sì, bellissima, ammaliante e stranamente
potente. Mio padre mi strinse la mano. Riesco ancora a sentire le
sua forte presa. E il suo odore, di disinfettante chirurgico e di quei
sigari che avrebbero contribuito alla sua morte. Sentii lo scoppiettio
del fuoco nel camino, da cui fuoriuscirono alcune faville che si
estinsero in volo. Ricordo che ero addirittura un po’ agitata, perce



la cospirazione da vinci

pivo che si trattava di un evento significativo, uno che mi sarebbe
rimasto impresso nella mente.

Il misterioso quadro che ci incantava tanto era un regalo di un
paziente di mio padre, ma la cosa più importante è che non era
l’unico. Mio padre uscì e andò in macchina a prendere una grossa
scatola di cartone. Sollevò il coperchio e tirò fuori prima delle
incisioni, fra cui una carta geografica, poi una cartelletta di cuoio
e infine un quaich, una tradizionale coppa scozzese. Dispose ogni
oggetto sul tappeto. Mentre ne osservavamo uno, già eravamo in
attesa della sorpresa del successivo. Sembrava assurdo che la scatola
contenente un simile tesoro fosse fatta di semplice cartone e
mio padre ci spiegò che, almeno le incisioni, erano state tenute in
un espositore nel salotto della casa che le aveva ospitate.

Il loro proprietario, il paziente di mio padre, aveva specificato
che desiderava che fosse mio padre ad averli. Adesso potrà
sembrare strano, ma la vita era molto diversa all’epoca. Era abbastanza
comune che i pazienti dessero a mio padre un vaso, un
dipinto, un qualche oggetto a cui tenevano molto, un qualcosa che
speravano fosse in grado di dimostrare quanto fosse profonda la
loro gratitudine per l’assistenza ricevuta. Guardando indietro, è
sbalorditivo quanto lavorasse duramente mio padre. I medici si
lamentano tanto ora, ma mio padre aveva solo mezza giornata libera,
un martedì pomeriggio, ogni quindici giorni, e stava a casa
solo un fine settimana sì e uno no. Tenendo conto di questo, credo
che non ci si potesse sorprendere se i pazienti erano desiderosi di
ringraziarlo. Mi fa piacere che lo facessero, perché dimostra che
brava persona fosse.

Mio padre

Una delle tante cose che ammiravo di mio padre era il fatto che

avesse interrotto gli studi medici per andare in guerra. Non era

tenuto a farlo, perché avrebbe potuto richiedere l’esonero come

molti altri studenti di medicina, ma lui scelse di servire il proprio


1. la storia del dipinto
paese. Quando la guerra finì, aveva ventisei anni. Nel frattempo i

suoi compagni di corso si erano già laureati e lui dovette ricominciare
da capo. Gli ci vollero sette lunghi anni. Gli andò male due

volte, perseverò e alla fine si laureò a trentaquattro anni, quando
già aveva una piccola famiglia di tre componenti. Erano tempi difficili.
Non mi ha mai raccontato niente della guerra, solo che era
stato a Dunkerque. Ma mia madre mi ha detto cosa ha dovuto affrontare
là e tutt’oggi a pensarci sento un brivido lungo la schiena.

Marciarono per giorni e papà ha assistito a orrori inimmaginabili.
Un ragazzino che reggeva nell’elmetto parte delle proprie cervella,
chiedendo aiuto in lacrime. L’ultimo sguardo di un amico

nell’istante in cui un colpo di pistola gli fracassa la testa. Una
spiaggia affollata di gente sfinita e terrorizzata. Un firmamento costellato
di bombardieri tedeschi, con la loro tinta color grigio can


na di fucile perfettamente mimetizzata con il cielo plumbeo. Mio
padre, in quanto ufficiale, lasciò che i suoi uomini salissero per

primi sulle barche che li aspettavano. Strinse loro la mano, por


se loro i propri saluti e li guardò svanire e perdersi nella foschia
come spettri; poi crollò sulla sabbia, completamente sfinito. La

Manica era punteggiata di barche, pescherecci e piccole scialup


pe, pilotate da uomini coraggiosi che si facevano strada fra navi
affondate per evacuare i nostri soldati. Alcuni furono imbarcati su

dei cacciatorpediniere che attendevano al largo. Finalmente anche
mio padre salì su una delle piccole scialuppe, anzi, mamma insiste
a dire che era l’ultima barca rimasta, e cadde in un sonno pesante.

Al suo risveglio la prima cosa che vide fu l’Inghilterra: le bianche
scogliere di Dover. Osservò in lontananza e vide una donna che
stendeva il bucato. Il vento che sollevava le lenzuola e le faceva

danzare. Era a casa. Proprio l’altro giorno mia madre mi ha detto
che come segno di riconoscenza per il suo valore e il suo coraggio

ricevette anche una menzione d’onore. Sono molto fiera di lui. Fra

noi due c’è un vuoto lungo una vita ormai, ma nonostante ciò di
tanto in quanto ristabiliamo un contatto e lo richiamo nella mia
memoria.


la cospirazione da vinci

Non posso neanche immaginare cosa abbia passato mia madre,
sospesa nel tempo ad aspettare, ad ascoltare le notizie sulle barche
che tornavano a casa, ma senza avere nessuna notizia. Poi il telefono
squillò. Era lui. Convinti che il destino poteva anche non essere
così generoso e amandosi l’un l’altra, si sposarono il febbraio
seguente.

Terras Templaris de Swainstoun

Dopo la guerra, i miei genitori andarono a vivere a Swanston, un
pittoresco borgo sulle Pentland Hills, a pochi chilometri da Edimburgo.
A me il nome fa riaffiorare i ricordi del canto delle allodole,
dei chiurli, lo spensierato volteggiare delle poiane che sorvolavano
le cime delle colline, il profumo della resina di pino nei boschi e
il gorgoglio sussurrato dei ruscelli. Quando i miei si stabilirono a
Swanston, avevano già avuto due figli, Campbell e Richard, e mio
padre era di nuovo uno studente di medicina. Conducevano una vita
parca, in cui le uniche cose che abbondavano erano l’esperienza e le
difficoltà. I panni venivano lavati nel piccolo ruscello che scorreva
fra i cottage; non c’era elettricità, acqua, servizi igienici. Ma era
comunque bellissimo, addirittura idilliaco, e per mia madre uno dei
periodi più felici della propria vita. Di recente mi ha detto di essersi
sentita privilegiata per aver avuto la possibilità di provare anche
lei uno stile di vita ormai passato e che non potrà mai più essere
riconquistato.

Mio padre aveva ripreso gli studi, all’Università di Edimburgo,

con una famiglia da sostentare, adesso. Per dare una mano, mia

madre realizzava cappelli e paralumi per un negozio in Rose Street
a Edimburgo e mio padre, quando non studiava, faceva la cernita
delle patate per un contadino del posto. Era un lavoro abbastanza
complesso saper riconoscere quelle affette da qualche tipo di malattia.
Mia madre mi ha raccontato che in quel periodo era spesso
sonnambulo, vagava per il cottage e diceva che cercava il nervo
ulnare. Si trovavano là durante il rigido inverno del 1946, quando


1. la storia del dipinto
il villaggio fu isolato per otto settimane da enormi cumuli di neve.
Mia madre era così affranta che un giorno mio padre uscì e scavò
nella neve finché non trovò l’erba, per mostrarle che il verde della

natura e della vita non li aveva abbandonati del tutto.

All’inizio avevano vissuto in affitto in uno stabile chiamato Rose
Cottage, ma una volta che i proprietari furono tornati, si trasferirono
in una casa chiamata Roaring Shepherd’s Cottage, “il cottage
del pastore urlante”. Molti anni prima, era stata abitata da un famigerato
pastore di nome John Todd che si era guadagnato la propria
nomea grazie al suo irrefrenabile vizio di sbraitare contro la gente.
A quanto pare, lui e Robert Louis Stevenson, che viveva là vicino,
nello Swanston Cottage, erano diventati grandi amici. Ricordo
ancora i racconti sul fantasma di Todd che infestava quel cottage
e come i miei genitori lo sentissero sempre rincasare, quando si
preparava a entrare sbattendo i pesanti stivali sul pavimento di
legno della veranda, decorata con piante rampicanti di caprifoglio.
Avevano preso l’abitudine di aspettare finché non lo sentivano, e
poi aprivano la porta. Ogni volta speravano di riuscire a intravederlo,
ma purtroppo non ci trovavano mai nessuno.

Robert Louis Stevenson arrivò per la prima volta in quei luoghi
nel 1867, quando i suoi genitori presero in affitto lo Swanston
Cottage e si dividevano fra la campagna e Heriot Row a Edimburgo.
Come scrive L. MacLean Watt nel suo The Hills Of Home1,
introducendo i Pentland Essays di Stevenson:

Le influenze e le suggestioni suscitate dalle verdi colline e dalle rocce
grigie, dalle cime nebbiose e dai luoghi calmi e silenziosi, furono di cruciale
importanza nella formazione del suo pensiero e della sua forma d’espressione.
Molto presto l’amore per la natura e i luoghi solitari l’aveva già
posseduto […].

La voce della primavera, in particolare, attirava l’attenzione del suo generoso
cuore.

Vieni con me sulla collina

Dove i venti soffiano,

E dove i fiumi scorrono

Fino al mare scintillante.

1 L. MacLean Watt e R.L. Stevensons, The Hills Of Home, Library of Congress, 1914.


la cospirazione da vinci

Un giorno, una certa signora Jack, proprietaria di quella grande
casa, una fattoria ora ristrutturata in appartamenti, chiese ai miei
genitori se volessero trasferirsi là. Disse loro che avrebbero potuto
avere un certo numero di stanze, ma avrebbero avuto anche l’onere
di alimentare la caldaia. È in quel luogo idillico che fui concepita,
al piano di sopra, in una camera da letto con un bellissimo
balcone finestrato che guardava verso le Pentland Hills.

La fattoria, o meglio, l’intera area, è ricca di memorie storiche.
Mia madre mi parla spesso del “bagno dei monaci”, come era
sempre stato chiamato, in cui si trovava una vasca da bagno di
pietra, ma quello che non sapeva, finché non l’ho scoperto io, è
che la fattoria un tempo era stata di proprietà dei cavalieri templari
ed era stata abitata da monaci culdei. Secondo i documenti, durante
il Medioevo era conosciuta come casa patronale dell’abbazia
di Whitekirk e faceva parte dei territori templari dei cavalieri di
san Giovanni. In un atto di Giacomo vi nel quale erano registrati
i possedimenti dei cavalieri templari vi si faceva riferimento
come “Terras Templaris de Swainstoun”. Scoprirete che questa è
solo una delle tante incredibili coincidenze destinate a segnare il
cammino della mia straordinaria ricerca, perché, come vedrete più
avanti, il legame fra il mio luogo di nascita e i monaci templari è
alquanto sbalorditivo. Ripensare a quando ho trovato il mio primo
fungo porcino nel boschetto subito sopra Swanston, chiamato T
Wood, mi fa sorridere, perché all’epoca non avevo capito che la
lettera T stesse per templare. L’unica amara riflessione possibile è
che le coincidenze non esistono!

Esilio in Inghilterra

Nel 1952 all’età di trentadue anni, mio padre si laureò in medicina
e iniziò a cercare lavoro in Scozia. I due figli più grandi stavano
frequentando la sua vecchia scuola, il George Watson’s College.
Purtroppo non riuscì a trovare alcuna occupazione e la famiglia


1. la storia del dipinto
fu costretta a trasferirsi a sud, in Inghilterra. Un dottore era morto

di poliomielite e papà sarebbe subentrato nel suo studio. Tragicamente,
i miei genitori non sarebbero mai tornati in Scozia insieme,
se non in vacanza, e mio padre sarebbe morto in Inghilterra.

Ho un piacevolissimo ricordo della casa in cui ci trasferimmo.
Era un’abitazione perfetta per una famiglia, mia madre vi cucinava
sempre pasti deliziosi e c’era un meraviglioso giardino nel quale si
poteva giocare. Io e Andy, il più giovane dei miei tre fratelli (nato
quattro anni prima di me a Swanston), mettevamo sempre in scena
degli spettacolini nel capanno del giardino e io avevo un piccolo
covo personale nella casetta del cane accanto alla catasta della
legna. È là che ho scritto il mio primo libro, una racconto breve
sul nostro vicino di casa, il signor Bragg, con tanto di splendide
illustrazioni realizzate dalla mano della giovane autrice. Lungo il
lato più lontano del giardino correva una linea ferroviaria e io me
ne stavo a guardare i treni a vapore che viaggiavano verso nord,
verso la Scozia. Ripensare a quella casa mi riporta alla mente dolci
ricordi, di crescita, di cacce al tesoro, di giocate a nascondino, di
galline a cui dare da mangiare, di infanzia, di divertimento insieme
ai miei tre fratelli, anche quando mi prendevano in giro.

Quando avevo circa otto anni, Andy mi procurò una cosa che

conservai come un tesoro per tutta la vita. Doveva essere una do


menica, perché è di domenica che facevamo sempre colazione in
sala da pranzo (per tutto il resto della settimana era la sala d’attesa

per i pazienti di mio padre). Di solito mangiavamo pancetta, uova,

funghi e fegato di agnello. Ero nel balcone finestrato che sporgeva
sui cespugli di rododendro e sul vialetto di ghiaia. Andy arrivò con

un amico di scuola, un ragazzino piuttosto pallido, dall’aspetto

gracile. Aveva una cosa che voleva farmi vedere. Era una moneta

d’argento molto vecchia. Mi chiese se volessi comprarla. Da quello
che ricordo, suo padre l’aveva disseppellita in uno scavo.

Ricordo che la situazione mi fece sentire cresciuta; non collezionavo
monete, ma per una qualche ragione sconosciuta quella la
volevo. Fu un’importante transazione che mi costò dieci scellini,


la cospirazione da vinci

cinquanta penny con i soldi di oggi, che equivaleva a un mese intero
di paghetta. Quel ragazzino non venne mai più a casa nostra e

non fece mai parte del gruppetto di amici di mio fratello. Oggi mi

domando per quale motivo io abbia detto di sì, perché per quanto
ricordi l’episodio in maniera distinta, non ricordo cosa mi spinse a

farlo. Immagino che mi fosse sembrata semplicemente la cosa più
naturale da fare, come se fosse stato destino in un certo senso, che
fosse qualcosa di speciale che non potevo farmi sfuggire.

Quella moneta è il mio talismano da quasi cinquant’anni e dopo
averla fatta certificare ho scoperto che è stata coniata nel 390 a.C.
Su una faccia è riportata un’immagine di Apollo, l’altra è decorata
da un semplice fiore. Apollo, il dio del sole, è una rappresentazione
del principio del divino mascolino; il fiore, un simbolo del
divino femminino: due facce della stessa medaglia. Quando ho
fatto ricerche sulla moneta, ho scoperto che si tratta di uno statere
d’argento di Rodi. Secondo Greek Coins, di Ian Carradice, durante
il Medioevo la gente riteneva che Apollo fosse Cristo e che il fiore
fosse il narciso di Saron; i raggi del sole che decoravano il capo di
Apollo rappresentavano la corona di spine fatta indossare a Cristo,
poi, secondo l’autore, in qualche modo sono stati associati a Giuda
Iscariota e ai suoi trenta pezzi d’argento. L’associazione con il fiore
ci ricollega al Cantico dei cantici, nel Vecchio Testamento, che
a sua volta si collega a Cristo: «Io sono un narciso della pianura
di Saron, un giglio delle valli». Credo che siano molteplici le metafore
che li collegano e la principale riguarderebbe il femminino.
In ogni caso, sospetterei, perché è il massimo che posso fare, che
nel Medioevo il fiore avesse svariate interpretazioni e che tutte
rappresentassero in maniera inequivocabile il femminino.

Con il senno di poi, ci si potrebbe persino immaginare che la
moneta, con i suoi rimandi ad Apollo, al divino femminino e alla
storia della crocifissione, sia stata una sorta di segno del destino
del mio scopo nella vita. Di certo ha fatto da predecessore a reliquie
ancora più importanti e delle quali mi sarei trovata a prendermi
cura nel futuro.


1. la storia del dipinto
Il suo valore è economicamente molto basso, ma per me è inestimabile.
Non me ne sono mai separata, tranne che per un periodo
di alcuni mesi. La detti a una mia nipote quando ero in Francia e le
dissi di tenerla al sicuro. Mi imbarazza ammettere che dopo tanto
tempo dovetti chiedere che mi venisse restituita; non riuscivo a
sopportare di non averla con me.

Il dono

La moneta è stato il primo artefatto che è entrato in mio possesso.
Il secondo, che avrei ereditato più avanti, è stato il dipinto. Ho
vividi ricordi di mia madre e di mio padre intenti a studiarlo attentamente
e a sfogliare svariati libri di consultazione nel tentativo
di scoprire chi potesse averlo dipinto. Perché il dipinto mostrava
anche un fleur-de-lys, il simbolo del giglio, e un ramo di palma?
C’erano anche delle etichette attaccate sul retro del dipinto. Che
cosa erano? La ricerca dei miei genitori non ebbe frutti. Appesero
quell’evocativa immagine nella propria camera da letto e così
essa uscì dal mio ambiente più prossimo. Di tanto in tanto però,
mia madre proponeva a mio padre di tirare fuori la scatola con
le incisioni e si mettevano a studiarle e ad ammirarle una a una,
poi le rimettevano sotto il letto per la prossima volta, per un altro
pomeriggio di pioggia.

Non so molto riguardo all’uomo che dette questi preziosi oggetti
ai miei, a parte che, secondo quanto dice mia madre, era un maestro
massone e un vedovo. Immagino che si possa supporre che
lui e mio padre passassero molto tempo insieme, magari a parlare
di esperienze comuni, sogni perduti, chissà? Sarà stato perché era
un malato terminale e un uomo solo? Non lo so. Dubito che il vedovo,
in quanto massone, parlasse della confraternita a mio padre
(avrà giurato segretezza), ma forse aveva intuito che il suo amico
dottore avrebbe compreso il significato dell’eredità che gli stava
lasciando. Di sicuro immagino che avesse tentato di far affiliare
mio padre alla confraternita.


la cospirazione da vinci

Secondo i miei fratelli, che sono tutti dottori, anche a loro, non

solo all’università, ma persino adesso, è stato proposto più e più

volte di entrarne a far parte. Dalle informazioni che sono riuscita
a raccogliere da alcuni affiliati e da persone che lavorano in vari

ambiti, la massoneria ha una squadra di reclutatori piuttosto so


lerte. Questo non ci sorprende affatto, perché è ovvio che mirino

a uomini con ruoli cruciali nella società. Vogliono essere loro a

muovere le file di questo mondo. Quel che è certo, dalle poche
informazioni che sono riuscita a raccogliere, è che sono effettivamente
riusciti a infiltrarsi in ogni strato della nostra società, compreso
il mondo dell’arte. Comunque mia madre ricorda che anche

a mio padre era stato proposto varie volte di entrarne a far parte,

ma aveva sempre cercato di evitare del tutto la questione. Così

come hanno fatto i miei fratelli. Non lo so, in un certo sento la
cosa mi attira e penso che al suo posto forse avrei detto di sì. Ma
poi, ovviamente, non sarei stata libera di fare quello che sto facendo
adesso, quindi alla fine essere una donna ha i suoi vantaggi (e

questo è solo uno dei tanti!).

Oggi mi domando, alla luce di ciò che ho scoperto, se l’ultimo
desiderio di quel paziente non fosse proprio che un giorno la vera
storia della sua eredità venisse alla luce, che mio padre rivelasse
ciò che lui, in quanto massone, aveva giurato di non dire mai.
Che la verità vincesse. Credo proprio che sia stato sempre anche
il desiderio di mio padre. La verità, era sempre alla ricerca della
verità, e ricordo che mi diceva: «Sii sempre vera con te stessa». E
mi sembra un principio che valga proprio la pena di seguire.

Una luce si spegne

Ci trasferimmo alla fine degli anni Sessanta, quando scoprimmo
che la nostra vecchia casa di legno era marcita e doveva essere
demolita. Ricordo di essere rimasta a guardarla dalla strada mentre
veniva buttata giù. Fu come assistere alla demolizione della
mia vita passata. Ricordo la vernice blu chiaro della mia stanza,


1. la storia del dipinto
il caminetto elettrico, il giardino dove la tartaruga, il cane e vari

uccellini erano stati sepolti. Ogni tanto nei miei sogni la rivisito,

percorro le sue stanze abbandonate e nel nulla mi ritrovo a incontrare
mio padre.

La casa in cui ci trasferimmo si sarebbe rivelato un luogo tragico.
Fu l’inizio di un nuovo capitolo, l’ultimo per mio padre. I
miei tre fratelli, tutti più grandi di me, conclusero i loro studi di
medicina e uno dopo l’altro emigrarono, finché non rimasi solo
io. Il mio povero padre e la mia povera madre stettero a guardarli
andare via, consapevoli del fatto che con ogni probabilità non sarebbero
più tornati.

Nei primi anni Settanta, lasciai la scuola e me ne andai da casa
per diventare un’infermiera. Quel luogo non era più una vera casa.
La famiglia si era dispersa, ognuno di noi aveva svoltato per le
strade che la vita gli aveva messo di fronte. Con il senno di poi,
posso dire che alcune erano strade sbagliate. I figli e la figlia, i raggi
della ruota che aveva portato avanti la famiglia, presero percorsi
diversi. La situazione si deteriorò. La Madonna stava a guardare
dalla sua nuova posizione sul pianerottolo. Fu persino schizzata di
vernice bianca quando ridipinsi le pareti, alcune di quelle macchie
sono ancora presenti. La casa che era stata sempre piena di rumore
e di attività era ormai divenuta un guscio vuoto.

Il legame fra me e l’essenza del dipinto fu di nuovo spezzato.
Gli anni passarono. Mi diplomai e iniziai a vivere la mia vita,
per quanto tornassi a casa il più regolarmente possibile. La luce
negli occhi di mio padre piano piano svanì e il suo sguardo venne
offuscato da un’ombra che da lì a poco ce l’avrebbe portato via.
Quelle mani un tempo solide divennero gonfie e morbide, quelle
ossa un tempo forti si indebolirono. Gli anni di tabagismo stavano
riscuotendo il proprio prezzo. Gli fu diagnosticato un cancro ai
polmoni con metastasi al cervello. Piano piano il mio caro padre
svanì dalla mia vista, come in una nebbia. Morì nel 1979, il 31
marzo alle 3:00. Fu una morte terribile, tanto per mio padre quanto
per mia madre.


la cospirazione da vinci

Sono passati trentatré anni ormai e nel tempo che è trascorso da
allora io e mia madre siamo diventate grandissime amiche. Lei era
accanto a me quando ho iniziato la mia ricerca per scoprire la vera
identità della Madonna e per rivelare la storia che da così tanto
tempo aspettava di poter raccontare. In tutto questo periodo mi è
stata di grande aiuto.

Nuovi inizi

La scintilla che ha fatto partire questa ricerca è scoccata circa
undici anni fa. Avevo vissuto in Francia, dove mia madre mi aveva
raggiunto, e una volta tornate nel Regno Unito, affittammo una
fattoria in Scozia. I soldi scarseggiavano un po’. Avevo sempre
sospettato che il mio bellissimo dipinto fosse di grande valore.
Infatti, ogni volta che mi ero trasferita, avevo sempre dato istruzioni
agli addetti al trasloco di trattarla con speciale cura. Così
invitai Harry Robertson, che all’epoca era il direttore di Sotheby’s
in Scozia, perché venisse da me a valutare la mia Madonna.

Quando gliela mostrai, rimase a bocca aperta, senza parole, fece

solo un sospiro di meraviglia. Ricordo che era in compagnia di

una collega (della quale purtroppo non ricordo il nome) che fece
subito un’osservazione sulla presenza del fleur-de-lys sull’aureola
del bambino. Una volta che Harry ebbe finito di fare la prima ispezione
preliminare del dipinto, mi chiese se gli avrei permesso di
portarlo a Londra per un’analisi più approfondita da parte dei loro
esperti di maestri antichi. Secondo il suo punto di vista si trattava
di un’opera importante e meravigliosa, di sicuro qualcosa di molto
speciale e sulla quale valeva assolutamente la pena indagare. Per
quanto riguarda il periodo, secondo la sua opinione risaliva agli
inizi del Cinquecento; per quanto riguarda l’attribuzione, un sospiro
e una scrollata di capo. Avrebbero dovuto indagare.

Ovviamente la sua reazione e il suo entusiasmo mi avevano fatto
molto piacere, ma poco dopo lo ricontattai e rifiutai la sua offerta.
I motivi erano molteplici: il fatto di imporle il trambusto di una


1. la storia del dipinto
spedizione a Londra non mi entusiasmava e, non so bene perché,
ma sentivo che avrei dovuto aspettare ancora, almeno per un po’.

Sono contenta di averlo fatto, perché se l’avessi lasciata andare
forse la grande macchina delle vendite me l’avrebbe portata via
e adesso qualcun altro la custodirebbe. Mi piace pensare che sia
stato il mio istinto a proteggermi e a scoraggiarmi dall’agire, perché
se l’avessi fatto, non avrei scoperto nulla e al solo pensiero un
brivido mi corre lungo la schiena.

Dopo quella prima visita, il quadro andò a finire in fondo alla
mia mente. Mi concentrai sulla realizzazione di un nuovo progetto
imprenditoriale: un negozio specializzato chiamato Pinocchio.
Non avrei rivisto Harry per qualcosa come sei anni. La mia nuova
attività si trovava in un edificio indipendente a Comrie, un piccolo
grazioso villaggio nel Highland Boundary Fault, nella Scozia centrale.
Possedevo quell’edificio dai primi anni Ottanta, quando lo
usai per gestire un piccolo ristorante. In quel periodo così lontano,
fui coinvolta in una fortunata campagna contro un piano di sfruttamento
commerciale che avrebbe deturpato una delle mie valli
scozzesi preferite. Fu un punto di svolta nella mia vita, poiché mi
portò nel mondo dei media e della scrittura d’inchiesta. Da allora
iniziai a scrivere seriamente per varie riviste su argomenti di
carattere ambientale. Durante la mia campagna mirata a fermare
l’impresa che si sarebbe occupata della selvicoltura, mi accorsi fin
troppo bene di quanto potessero essere iniqui i legislatori e mi ero
anche resa conto che non possiamo trascurare la nostra responsabilità
nei confronti di ciò che ci sta attorno. All’epoca, così come
oggi, sentii l’obbligo di allertare le persone riguardo a certe problematiche,
così mi occupai di diversi aspetti della vita di campagna,
fra cui l’agricoltura e la caccia, così come di questioni ecologiche,
sia attraverso la stampa sia attraverso i media. È una passione rimasta
intensa com’era e alla quale rimarrò sempre devota.

Quando presi la decisione di tornare dalla Francia, avevo in
mente di vendere giocattoli di legno. Ero stata rapita da alcuni
splendidi negozi a Cordes, il villaggio medievale dove avevo vis



la cospirazione da vinci

suto. Pensai che forse con qualche piccolo ritocco avrei potuto farli
rivivere con un po’ di quella loro magia in Scozia. Era qualcosa
che la Francia poteva donarmi, il suo regalo da portare con me

a casa: un negozio specializzato. Ovviamente, mi aveva regalato
anche molte altre cose, fra le quali l’ispirazione per vari libri, in
particolare uno di cui vado molto fiera, intitolato Leap of the Imagination:
Crisis/Opportunity, che si concentrava su problematiche
di carattere ambientale. Avevo scritto anche tre romanzi.

Che strana sensazione si prova a guardare indietro, non trovate?
Vedere come i sogni e le aspirazioni, aspetti così immateriali della
vita, possano tracciare il nostro cammino. Nel mio caso è stato
sicuramente così. Ne è un esempio la mia partenza per la Francia
e l’essermi fatta una vita là, con la speranza, magari, di comprare
una fattoria e farne un bed and breakfast. Purtroppo non tutti i sogni
si avverano e sfortunatamente fui pronta per iniziare durante
la settimana del Mercoledì Nero del 1992, quando ci fu il crollo
della sterlina. Perciò fui costretta a rimandare qualsiasi acquisto
e potei permettermi solo un affitto. A volte nella vita la corrente
finisce per trascinarti via. Nonostante tutti i sogni irrealizzati, quel
periodo mi ha comunque regalato la gioia di scrivere e la ricca
esperienza di vivere in Francia e guardando indietro mi rendo conto
di quanto sia stato cruciale per la stesura di questo libro.

Il negozio si sarebbe rivelato un azzardo che pagai con tante
notti insonni, ma mi sentivo in grado di poter fare un tentativo e
fortunatamente anche la banca pensò la stessa cosa. Avevo grandi
piani: il dieci per cento dei profitti sarebbero andati in beneficenza
per i bambini, avrei avviato un franchising dopo due anni, avrei
messo su un’altra attività, l’avrei chiamata Geppetto e avrei realizzato
giocattoli di legno, persino mobili, con materie prime scozzesi
e manodopera scozzese. Un anno dopo aver avviato l’attività,
ne misi su una online. Era un lavoro duro, sei giorni alla settimana,
ma ho adorato ogni singolo minuto. I miei clienti, che non erano
abbastanza, visto come andò a finire, erano quasi degli amici e
conservo ancora le lettere che mi scrivevano.


1. la storia del dipinto
Dopo sei anni, l’attività iniziò a subire una battuta d’arresto,

persino a perdere colpi. Arrivò ancora più concorrenza (giocattoli

economici dalla Cina, cataloghi di vendita per corrispondenza) e

nonostante i miei sforzi per farlo funzionare, l’esercizio cominciò
a trovarsi in difficoltà. Fu inevitabile, iniziai a rendermi conto che
i miei ambiziosi sogni non avrebbero mai dato frutti.

Durante quel periodo di transizione, nei periodi più tranquilli leggevo
e un giorno mi ritrovai immersa in un libro che mi era stato
prestato, Il Santo Graal: una catena di misteri lunga duemila anni2
di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. L’uomo che
me lo aveva prestato mi disse che dovevo assolutamente leggerlo e
che mi avrebbe fatto mettere in dubbio tutto quello che in precedenza
avevo dato per scontato. Mi resi conto del perché sostenesse una
cosa simile leggendo solo il riassunto in quarta di copertina e seppi
subito che mi sarei appassionata. Descritto come uno dei libri più
controversi del Ventesimo secolo, Il Santo Graal postula la teoria
che Gesù fosse sposato con la sua discepola più importante, Maria
Maddalena, e che con lei avesse avuto dei figli. E che invece di morire
in croce e risorgere, Cristo sarebbe sopravvissuto alla crocifissione.
Gli autori ritengono anche che Maria Maddalena e i suoi figli
furono costretti a fuggire in Europa e finirono per stabilirsi in Francia,
nella regione della Linguadoca, dove la loro stirpe, la stirpe di
Davide, finì per intrecciarsi con quella della famiglia reale francese,
originando la stirpe merovingia, che secondo quanto sostenuto dagli
autori sarebbe costituita dai discendenti di un gruppo ereditario di
monaci diretti discendenti di Cristo. Come vedrete, questo coincide
con una questione che solleverò in una sezione successiva, quando
parlerò di una confraternita di monaci che prendevano il nome di
culdei. Sarà la questione più avvincente che tratterò in questo libro
e non capisco come non sia già familiare a tutti noi.

Secondo Baigent et al., a protezione della stirpe di Davide sarebbe
stato fondato un organo chiamato il Priorato di Sion, e dopo

2 Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln, Il Santo Graal: una catena di misteri
lunga duemila anni, Mondadori, Milano 2005.


la cospirazione da vinci

ulteriori ricerche ho scoperto che l’emblema di tale organizzazio


ne era il fleur-de-lys. Questo mi fece subito venire in mente che
la collega di Harry Robertson ci aveva fatto notare il fleur-de-lys
nell’aureola del bambino nel mio dipinto. Possibile che ci fosse un

collegamento? Credo che valga la pena menzionare una conside


razione ironica fatta pochi giorni fa da mia madre, ovvero che quel
libro mi era stato prestato nei primi anni Ottanta, quando fu pubblicato
la prima volta, ma mi ero rifiutata di leggerlo perché l’avevo

ritenuto sacrilego. Ciò mi permette di mostrare quanto il tempo sia

in grado di cambiare le persone e anche perché io rispetti il fatto
che molti troveranno quest’opera difficile da accettare e digerire.
A volte bisogna aspettare di essere pronti prima di affrontare determinate
cose.

L’esperienza insegna, credo, e fu mentre vivevo in Francia che
notai nello stemma il simbolo del fleur-de-lys e venni a sapere che
si trattava di un emblema dei monarchi francesi. Per fortuna, avendo
viaggiato in lungo e in largo in Provenza e in Linguadoca, ero anche
a conoscenza di quanto i francesi fossero devoti a Maria Maddalena
e alla credenza tradizionale secondo la quale essa si sarebbe stabilita
là. Le provocatorie pagine di apertura de Il Santo Graal e il suo
presupporre l’esistenza di un qualche tipo di conoscenza segreta
circa la sopravvivenza di Cristo alla Passione, tolse il tappo che nella
mia testa era stato messo all’ispirazione. Forse, ma era solo una
supposizione, quel dipinto, quell’enigmatico quadro la cui ombra
aveva accompagnato tutta la mia vita, era molto più misterioso e
intrigante di quanto avessi immaginato. E c’era dell’altro.

Un’umida giornata di tempesta, quando ancora la mia ricerca era
agli inizi, mia madre mi propose di prendere la scatola con le incisioni
e gli altri oggetti e artefatti e di passarli in rassegna. Dopotutto,
se il dipinto aveva un significato speciale (e cominciavo a ritenere
che l’avesse), allora forse anche gli altri manufatti ce l’avevano.

All’inizio mi sembrarono, come sempre, una collezione di varie
opere d’arte decorative. Ma poi cominciammo a vedere che questi
oggetti all’apparenza differenti condividevano un tema comune.


1. la storia del dipinto
Ogni elemento contenuto in quella scatola aveva un qualcosa in
comune con il dipinto e quel qualcosa era il fleur-de-lys. C’era
un quaich di peltro, nella cui coppa era inciso il fleur-de-lys, una
carta geografica con il fleur-de-lys riportato in legenda, una cartelletta
di cuoio marrone con il fleur-de-lys sulla parte frontale

e varie incisioni. Una di esse ritraeva Luigi xiv di Francia, il Re

Sole, circondato da ogni parte da fleur-de-lys, poi ce n’erano altre
di soggetto religioso: una che raffigurava la cella di un monaco

e un’altra che mostrava un monaco in un giardino. Esaminando

meglio quest’ultima riuscii a individuare un fleur-de-lys su una

placca, visibile solo con la lente d’ingrandimento.

La cartelletta di cuoio era sul fondo della scatola. Il fleur-de-lys
che spiccava sulla parte frontale era decorato di rosso e circondato
da una cornice ovale dorata, sormontata da una corona con cinque
stelle e con un altro fleur-de-lys al centro. Sull’altro lato c’era
un’immagine molto più piccola di una rosa all’interno di un quadrato.
Tutta emozionata, aprii la cartelletta, sperando di trovare qualche
appunto ancora non scoperto. Rimasi delusa: sembrava vuota.

Poi esaminai il borsello di iuta che conteneva. A sinistra, niente,
ma poi, nella fessura di destra, trovai qualcosa: due francobolli.
Ma non due vecchi francobolli qualunque. Erano dei francobolli
commemorativi da cinque penny della Dichiarazione di Arbroath
del 1320, che più avanti scoprii aver dato il via alle aspirazioni indipendentiste
della Scozia. Nient’altro. Cosa c’entravano con tutto
il resto?

Li rinfilai nel loro nascondiglio e mi misi a cercare. Cercai i
francobolli su Google e scoprii che erano stati emessi il primo
aprile del 1970. Ovvero molti anni dopo che papà aveva ricevuto
la scatola, quindi doveva essere stato lui a comprare questi francobolli
e a nasconderli nella cartelletta. Ma perché? Probabilmente
perché era scozzese e la Dichiarazione per lui era importante. Ma
perché nasconderli nella cartelletta? Chiesi a mia madre se ne sapesse
qualcosa, ma lei non sapeva niente. Una coincidenza, molto
probabilmente, ma valeva la pena indagare.


la cospirazione da vinci

Ora mi rendo conto che c’era un aspetto che già allora mi pareva
ovvio, ovvero che niente fosse stato messo dentro quella scatola
per caso. Quegli oggetti erano tutti pezzi di un puzzle, un puzzle
che io e mia madre a quanto pare eravamo destinate a ricomporre.
La tessera centrale era il dipinto e da esso tutti gli altri si aprivano
a ventaglio; il quadro era il punto focale, ma gli altri elementi che
ne formavano la periferia lo completavano.

Il Santo Graal era stato l’elemento catalizzatore di un’illuminazione
del pensiero e ha indotto migliaia di persone a iniziare una
ricerca per scoprire la vera storia di Gesù e Maria Maddalena;
aveva fatto nascere in me il desiderio di seguire la stessa linea
investigativa (e di questo gliene sarò eternamente grata).

Secondo il mio punto di vista, c’era la possibilità che ciò che gli
autori avevano postulato nella loro opera potesse collegarsi con
il mio dipinto. La domanda si pose da sola: data la presenza del
fleur-de-lys, era possibile che si trattasse un ritratto non della Vergine
Maria, come avevo sempre ritenuto, ma di Maria Maddalena,
la donna che Baigent et al. dichiarano essere stata la compagna di
Cristo? E subito dopo si fece strada un pensiero ancora più stimolante:
in tal caso, questo avrebbe potuto essere un ritratto di lei con
in braccio il loro figlio?

Dalla cupezza dello scoraggiamento si accese un lampo di luce e
l’adrenalina tornò di nuovo in circolo nelle vene. Dalla crisi, si era
stranamente presentata un’opportunità. La ruota della vita stava di
nuovo girando, portandomi via dal mio negozio e spingendomi a
concentrarmi su altre cose.

Iniziai a esaminare il dipinto con maggiore attenzione e cominciarono
a presentarsi tutta una serie di inevitabili domande, domande
che necessitavano di risposte. Mi misi a fare ricerca su
altri ritratti della stessa epoca, nel tentativo di trovare artisti con
uno stile simile e per vedere in quanti altri dipinti fosse presente
il fleur-de-lys. Analizzai altri quadri dello stesso periodo e con lo
stesso soggetto e cominciò a sembrarmi sempre più evidente che
ci fossero similarità con le opere degli artisti del Rinascimento ita



1. la storia del dipinto
liano. Oltretutto, sentii che la bellezza e la qualità dell’esecuzione
della mia Madonna erano paragonabili alle migliori che avessi
mai visto.

Per fortuna il mio lavoro di scrittrice investigativa mi fornì tutti
gli strumenti necessari a scoprire la storia che il dipinto aveva da
raccontare, così, con rinnovata determinazione, misi in vendita la
mia attività e i miei anni di ricerche ebbero inizio, anni durante i
quali ho consultato gli esperti mondiali di ogni sfera che avesse a
che fare con ciò che segue.

All’inizio avevo pianificato di concedermi un anno; ce ne sono
voluti molti di più. Ma adesso la mia opera è completa e, fatto
sconvolgente, è emersa un’altra immagine, destinata a eguagliare
la mia Madonna. È un’immagine sbalorditiva che ancora mi lascia
senza fiato.

Per raccontarvi questa vicenda, inizierò con la bellissima Madonna
e il suo bambino, poi passerò a esplorare gli altri artefatti,
per concludere infine con la carta geografica.

Gli antichi druidi avevano un detto: «La verità contro il mondo».

Le rivelazioni che mi si sono presentate via via vanno tutte in dire


zione di quell’antica dottrina, e spero che la verità trionfi alla fine,

per quanto il mio contributo possa rivelarsi piccolo.